Birmania

Published on febbraio 20th, 2021 | by Eurasia News

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Le proteste in Birmania sono al centro dell’attenzione del mondo

Continuano, incessanti ed imperterrite, nonostante i militari abbiano minacciato duramente e la tv di Stato abbia lanciato avvertimenti su possibili “azioni” contro le minacce alla “sicurezza pubblica”, le proteste in Birmania. “Occorre agire secondo la legge con misure efficaci contro i reati che disturbano, impediscono e distruggono la stabilità dello Stato, la sicurezza pubblica e lo stato di diritto“, queste le dichiarazioni da parte del governo.

Negli scontri con la polizia molti sono stati i feriti. Fotografie scattate in loco dimostrano che la polizia era dotata anche di proiettili veri.  Le manifestazioni, che durano ormai da decine di giorni, non si sono mai fermate ma anzi, più passa il tempo, più i cittadini si organizzano in migliaia: non solo ribelli, anzi, non sono ribelli. Gli stessi lavoratori si sono riuniti in sciopero genarle nei giorni scorsi a Yangon (ex Rangoon), la capitale economica del Paese asiatico e in molte altre città del Myanmar (ex Birmania).

La situazione al momento resta ad altissima tensione: il regime birmano ha decretato la legge marziale in molte zone di Mandalay, la seconda città del Paese. Agli abitanti è tuttora vietato protestare o riunirsi in gruppi di più di cinque persone con un coprifuoco che scatta dalle 20 di sera  alle 4 del mattino.  Nella più grande città del Myanmar, Yangon, però, i segni di resistenza e disobbedienza civile sono aumentati, in risposta all’appello lanciato da Suu Kyi a non arrendersi ai generali. Il personale di 70 ospedali e reparti medici in 30 città in tutto il Paese ha interrotto il lavoro come forma di protesta, secondo una dichiarazione del Movimento di disobbedienza civile del Myanmar pubblicata su Facebook.

Una situazione di crescente repressione che aveva spinto l’Unione europea e la Gran Bretagna a chiedere una riunione d’urgenza del Consiglio dei diritti umani dell’Onu già giorni fa. “Insieme all’Ue – aveva spiegato l’ambasciatore britannico a Ginevra, Julian Braithwaiteabbiamo presentato una richiesta per una sessione speciale sulle implicazioni per i diritti umani della crisi in Myanmar“.

Il Consiglio di sicurezza si era riunito già il 2 febbraio con l’intento di chiedere il ripristino della democrazia nel Paese, il rispetto dei diritti umani e il rilascio di tutti i prigionieri politici, a cominciare da Aung San Suu Kyi di cui ancora non si ha conferma ufficiale del suo luogo di detenzione.  Curiosa anche l’accusa da parte del tribunale che ne ha ordinato l’arresto: la leader avrebbe violato una legge sull’import-export di walkie-talkies, trovati nella sua abitazione di Naypyidaw. Reato punibile con 3 anni di carcere. L’ex presidente Win Myint, a sua volta agli arresti, è accusato di aver violato la legge sulla gestione delle catastrofi naturali, per aver tenuto un comizio nonostante i divieti in vigore per contenere il Covid-19. Anche lui rischia 3 anni di prigione.

Nel Consiglio di sicurezza, però, Pechino ha fatto valere il suo potere di veto per difendere il Myanmar.  La stessa Cina è a sua volta sotto accusa per la morsa con cui ha stroncato le aspirazioni democratiche di Hong Kong e per il trattamento degli uiguri nello Xinjiang. Pechino si trova così costretta a difendersi dall’accusa di sostenere il golpe in Myanmar.  «In quanto Paese amico del Myanmar, desideriamo che le parti possano risolvere adeguatamente le loro divergenze e sostenere la stabilità politica e sociale», queste le dichiarazioni pronunciate da parte del portavoce Wang Wenbin.  Già nel 2017, la Cina, principale partner e protettore del Myanmar, lo aveva protetto da qualsiasi iniziativa del Consiglio di sicurezza in seguito alla pulizia etnica ai danni dell’etnia rohingya.

Il G7 invece si conferma compatto in un’unica condanna. I ministri degli Esteri degli stati membri hanno invitato i militari a porre fine allo stato di emergenza e consentire l’accesso degli aiuti umanitari senza restrizioni con l’intento di ripristinare il Governo democraticamente eletto e liberare tutti coloro che sono stati ingiustamente detenuti.

La Francia per esempio, ha messo sul tavolo l’arma delle sanzioni così come il presidente Usa, Joe Biden, ha minacciato il ripristino delle sanzioni contro il Paese, che ha appena ricevuto 350 milioni di dollari dal Fondo monetario internazionale in aiuti di emergenza per combattere la pandemia di coronavirus. Il trasferimento è arrivato pochi giorni prima del golpe.

Nella prima riunione del gabinetto di emergenza, il capo dell’esercito e uomo forte del Myanmar, Min Aung Hlaing, che ha dichiarato nulle le elezioni di novembre, ha  però ribadito che la presa del potere da parte dei generali era stata «inevitabile» e richiesta dalla Costituzione. Il generale Aung Hlaing è già colpito da sanzioni varata da Usa e Regno Unito per le responsabilità nella persecuzione dei rohingya, etnia a maggioranza musulmana, vittime di violenze con «intento genocida» (come le ha definite l’Onu) nel 2017.

Difficile prevedere l’evolversi della situazione. L’esercito non sembra intenzionato a cedere e così i loro avversari. Attualmente in stato di arresto cinque reporter e Internet bloccato in tutto il paese.

Noemi Maria Cognigni

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