Svezia

Published on febbraio 13th, 2021 | by Eurasia News

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Svezia e Danimarca puntano all’adozione del passaporto covid entro l’estate

Qualche giorno fa il The Guardian ha annunciato che la Svezia sta seriamente pensando di lanciare un “passaporto Covid” entro l’estate quando, secondo il governo di Stoccolma, saranno stati stabiliti degli standard internazionali.  Queste le dichiarazioni del ministro per la digitalizzazione svedese Anders Ygeman: “Quando la Svezia e gli altri Paesi ricominceranno a riaprire i loro confini saranno necessari dei certificati di vaccinazione per poter viaggiare e svolgere altre attività“. La Svezia sarebbe quindi il primo paese, insieme alla Danimarca, a parlare di passaporto covid in maniera concreta, rendendolo necessario se non obbligatorio prima dell’estate, per permettere viaggi, spostamenti, e la partecipazione ad eventi alle persone immuni o vaccinate.

Secondo l’annuncio di Copenaghen, da fine febbraio, i danesi dovrebbero essere in grado di controllare il proprio stato di vaccinazione su un sito Web, mentre il passaporto digitale e la relativa app richiederanno probabilmente altri quattro mesi. Il passaporto digitale, sviluppato in collaborazione col mondo delle imprese, regalerebbe non pochi privilegi ai vaccinati: dall’accesso ai ristoranti agli eventi sportivi. 

Dall’Europa però frenano. Queste le dichiarazioni di una portavoce UE: “Il lavoro sui certificati di vaccino Covid a livello Ue a scopo medico prosegue, ma eventuali utilizzi per altri scopi, come ad esempio i viaggi, verranno stabiliti successivamente. Ci sono ancora una serie di questioni da chiarire” ed aggiunge che “E’ in atto una discussione a livello europeo e la discussione è su come si possa utilizzare questo certificato per accedere ad eventuali servizi o viaggi ed è una questione politica e giuridica, non medica, che dovranno affrontare gli Stati membri a livello Ue”.

Intanto l’Oms e la Commissione sono al lavoro per stabilire parametri e standard minimi del certificato di vaccinazione ma non tutti i paesi sono convinti della sua efficacia poiché esistono ancora dubbi sul fatto che i vaccini impediscano la trasmissione del virus. Al momento la maggior parte dei Paesi si è mossa per attivare portali internet che monitorano la campagna vaccinale nazionale. Il Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc) fa il punto della situazione: su 28 Stati, 21 hanno attivato dei registri elettronici disponibili a livello nazionale, 5 (Francia, Germania, Irlanda, Lussemburgo e Slovacchia) hanno un apposito sistema elettronico, 4 (Croazia, Estonia, Germania, Portogallo) usano delle specifiche card elettroniche e un solo Paese registra le vaccinazioni manualmente.

Nel frattempo le vaccinazioni vanno a rilento un po’ in tutti gli Stati dell’UE con non poche difficoltà. Al momento la maggior parte dei paesi è ancora nella fase 1 della campagna vaccinale, solo uno, la Slovacchia, è nella fase 3. Quanto a dosi somministrate su quelle distribuite invece troviamo in testa alla classifica la Lituania, con il 100% delle dosi somministrate su quelle distribuite. A seguire, l’Islanda (92,7%), la Polonia (87,3%), la Spagna (84,8%), la Slovenia (83,5%) e l’Italia (76,1%). Mancano però i dati di Germania, Francia e Regno Unito.

Se la proposta del passaporto sanitario è al momento solo un’ipotesi, il dibattito però è molto acceso sia nel mondo accademico che in quello dei diritti umani. Lasciare svolgere attività solo agli immuni, come proposto dall’Oms, potrebbe aprire le porte a nuove forme discriminatorie soprattutto perché i paesi con minore attività di vaccinazione resterebbero inevitabilmente indietro. 

 Come sottolineato da molti esperti potrebbe essere un modo per far ripartire l’economia, il settore turistico soprattutto che è stato quello più penalizzato ma i gruppi per i diritti umani non sono d’accordo e si fanno sentire a gran voce in tutti gli Stati membri e nel Regno Unito dove il “Privacy International” ha avvertito che se i “Passaporti Covid” verranno rilasciati da alcuni governi, questo potrebbe segnalare un primo passo strisciante verso altri schemi d’identificazione obbligatori. Lo stesso gruppo svedese per i diritti umani, l’Istituto internazionale per la democrazia e l’assistenza elettorale” (IDEA), ha recentemente avvertito che il 61% dei Paesi ha già utilizzato le restrizioni Covid, “in modo preoccupante dal punto di vista della democrazia e dei diritti umani”. Un rapporto compilato lo scorso anno dall’ente di ricerca dell’Ada Lovelace Institute, ha affermato che i cosiddetti “Passaporti dell’immunità” presentano “rischi estremamente elevati in termini di coesione sociale, discriminazione, esclusione e vulnerabilità”. Sam Grant, responsabile della campagna presso il gruppo di difesa delle libertà civili “Liberty“, ha avvertito che qualsiasi forma di passaporto per l’immunità rischia di creare “un sistema a due livelli, in cui alcuni cittadini saranno esclusi”. 

Dibattito acceso ma comunque aperto. Molti Stati vogliono concedere la libertà di scelta anche se, se venisse confermato obbligatorio il passaporto covid per lo svolgimento di molte attività fondamentali quali quelle legate alla socialità, la scelta non resterebbe tale.  Nel frattempo pare sia in arrivo comunque il Travel pass IATA, il passaporto sanitario digitale per viaggiare in aereo. Da marzo saranno molte  tra le compagnie di volo più importanti al mondo a testarlo.

Noemi Maria Cognigni

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