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Published on gennaio 8th, 2021 | by Eurasia News

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Julian Assange: una vicenda che dura da 15 anni

Julian Assange non verrà estradato negli Stati Uniti, dove ad attenderlo ci sono diciotto capi di accusa per spionaggio e pirateria informatica che gli possono costare fino a 175 anni di carcere. La giudice Vanessa Baraitser, della corte penale londinese di Old Bailey, ha ritenuto che Assange potrebbe suicidarsi  se trasferito in Usa. In attesa del ricorso già annunciato dal dipartimento di Giustizia americano, che ha espresso “estrema delusione” per la decisione della Baraitser, Assange rimane nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, la cosiddetta “Guantanamo di Londra“. Ma come comincia il caso Assange? La vicenda, che ha fatto sorgere complessi interrogativi sui confini tra libertà di stampa e sicurezza nazionale, comincia nel 2006 quando Julian Assange fonda Wikileaks garantendo alle sue fonti la massima protezione informatica possibile.

Il sito inizia a pubblicare informazioni riservate e documenti segreti che mettono in imbarazzo i governi di mezzo mondo.  Vengono messe in luce la repressione cinese della rivolta tibetana, le purghe contro l’opposizione in Turchia, la corruzione nei Paesi arabi, le esecuzioni compiute dalla polizia keniota ma il principale bersaglio di Assange sono gli Stati Uniti. La prima volta che Wikileaks cattura l’attenzione della stampa internazionale è nel 2007, quando viene pubblicato il manuale per le guardie carcerarie di Guantanamo. La semplice pubblicazione dei documenti però non basta. Assange non può farcela da solo e così subentra l’appoggio dei giornali: dal New York Time al The Guardian, da Der Spiegel a Le Monde. Oltre settantamila documenti confidenziali sulle operazioni della coalizione internazionale in Afghanistan vedono la luce grazie al lavoro congiunto di Wikileaks e queste testate mondiali. Poi è il turno di quattrocentomila mila carte riservate sull’invasione dell’Iraq, dalle quali emergono le violenze delle truppe americane nei confronti dei civili e dei duecentocinquanta mila cablogrammi diplomatici Usa dai quali emergono altri dati scottanti sui partner di Washington.

Assange diventa un’icona internazionale della libertà d’espressione e il nemico numero uno delle autorità, soprattutto di quella americana, che ritiene collabori coi russi.

I suoi guai giudiziari cominciano alla fine del 2010 e non per la pubblicazione di segreti di Stato ma per un’accusa di stupro da parte della magistratura svedese. Assange replica, si difende e si consegna alla polizia britannica. Nel febbraio 2011 la procedura per l’estradizione in Svezia viene sottoposta a un tribunale londinese ma Assange teme che dalla Svezia possa essere estradato negli Stati Uniti e lì condannato a morte e così nel 2012 decide di rifugiarsi nell’ambasciata ecuadoriana di Londra. Chiede asilo politico all’allora presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, che glielo concede. In questo periodo l’attività di Assange non si ferma: nel 2016 Wikileaks rivela come i dirigenti del Partito Democratico Usa avessero tramato contro Bernie Sanders a favore di Hillary Clinton.

Nel frattempo però a Correa in Ecuador succede Lenin Moreno, che è ostile ad Assange. Moreno lo accusa di aver violato le condizioni per l’asilo politico così la polizia britannica porta via Assange, che cerca di difendersi, denuncia le condizioni in cui era tenuto in custodia, denuncia la violazione dei diritti umani ma appare sempre più isolato. In contemporanea, si riapre l’accusa di stupro che era stata archiviata.

Nel 2019 la legale e compagna di Assange, Stella Morris, assicura che lui è disposto a cooperare con le autorità svedesi purché sia scongiurato il rischio di estradizione negli States ma l’hacker viene condannato a cinquanta settimane di prigione da un tribunale di Londra per aver violato le condizioni della libertà vigilata rifugiandosi nell’ambasciata dell’Ecuador. Anche una volta scontata la condanna, Assange rimane in custodia nel penitenziario, in attesa del verdetto sull’estradizione.

Poco dopo parte l’offensiva del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che lo accusa oltre che di pirateria informatica e spionaggio, anche di aver messo in pericolo la vita di soldati americani. Il 31 maggio interviene l’Onu, con il relatore speciale sulla tortura, Nils Melzer, che visita il fondatore di Wikileaks in carcere e afferma che le sue condizioni presentano “tutti i sintomi della tortura psicologica” e “che la sua vita è in pericolo”.

Nel frattempo, nel novembre 2019, l’accusa di stupro viene definitivamente archiviata per mancanza di prove ma  Assange deve terminare di scontare la pena in Gran Bretagna e aspettare la sentenza sull’estradizione. Il 24 febbraio 2020, la giustizia britannica inizia a esaminare la richiesta presentata dagli Stati Uniti, nel frattempo cresce la mobilitazione internazionale in suo favore, con decine di Ong che ne chiedono la liberazione “immediata”. Il 4 gennaio 2021 la sentenza.

Ma cosa dice il verdetto? In realtà, la giudice ha dichiarato che la sua «condotta, se dimostrata, avrebbe costituito un reato» anche in Gran Bretagna.

Motivando il suo verdetto, infatti, Baraitser ha confutato quasi tutte le tesi della difesa. In modo particolare, la giudice non ha riconosciuto il carattere giornalistico delle attività di Assange, considerandole potenzialmente criminali. Inoltre, non ha voluto accettare la tesi della difesa secondo cui Assange rischierebbe “un processo politico” negli Stati Uniti – non ci sono prove sufficienti per dimostrare che la volontà della giustizia americana sia quella di punire l’hacker nella modalità più severa possibile. Anzi, le disposizioni contenute nella costituzione degli Stati Uniti sono sufficienti a garantire ad Assange il diritto a un giusto processo per cui “i diritti costituzionali di Assange sarebbero pienamente rispettati”.

Non sono state tenute in considerazione neanche le accuse di violazione dei diritti di cui Assange riferisce quando racconta i sette anni vissuti nell’ambasciata ecuadoriana. Il giornalista sarebbe stato spiato, le sue conversazioni registrate illegalmente da una società spagnola ma nonostante i numerosi documenti già pubblicati e un’inchiesta aperta dalla giustizia spagnola, Baraitser ha concluso che si tratta di “prove incomplete” che non possono essere prese in considerazione.

In definitiva quindi la giudice da ragione alla difesa solo su un punto: le condizioni di detenzione a cui sarebbe sottoposto Assange negli Stati Uniti. Durante le udienze diversi esperti hanno garantito alla corte che i prigionieri detenuti per reati legati alla sicurezza nazionale vengono sistematicamente sottoposti a una serie di misure “particolari”. Ed è su questo che Vanessa Baraitser nega l’estradizione dichiarando che esiste “un rischio concreto” che Assange venga sottoposto a un simile trattamento a causa dell’importanza delle “informazioni riservate” da lui pubblicate.

Tutt’altro che risolta dunque la vicenda e ancora incerto il destino del fondatore di WikiLeaks, anche perché resta da capire se Assange dovrà restare ancora in carcere o se invece verrà rilasciato per gli stessi motivi di salute che hanno determinato la decisione del tribunale di Londra. Se è ipotizzabile che Assange torni a breve libero, è anche ipotizzabile che non resterà in Gran Bretagna, in quel caso però bisogna capire quale sarà lo stato pronto a dargli asilo politico, oltre al Messico che lo ha già fatto.

Oggi è una vittoria per Julian Assange”, ha dichiaro fuori dal tribunale Stella Morris. “Questa vittoria è il primo passo verso la giustizia in questa vicenda. Siamo soddisfatti perché la corte ha riconosciuto il trattamento inumano a cui è stato sottoposto e quello che rischia di subire, ma non dimentichiamo che negli Stati Uniti l’accusa non è stata ritirata. Siamo estremamente preoccupati dalla possibilità che il governo degli Stati Uniti presenti appello e cerchi di punire Julian facendolo scomparire in un buco senza uscita del sistema penitenziario americano”.

Che sia la fine”, ha scritto su Twitter l’attivista Edward Snowden, mentre il giornalista Glenn Greenwald ha sottolineato l’ambiguità della sentenza. “Non è una vittoria della libertà di stampa. Al contrario, il giudice ha detto chiaramente di credere che ci siano motivi per perseguire Assange per la pubblicazione dei documenti”, ha scritto Greenwald su Twitter.

Si aspetta la prossima sentenza.

Noemi Maria Cognigni

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