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Published on gennaio 5th, 2021 | by Eurasia News

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CON LA BREXIT IL REGNO UNITO VARA LA “GLOBAL BRITAIN” CHE GUARDERA’ AL MONDO E NON PIU’ SOLO ALL’EUROPA

Dal 31 dicembre 2020 la Gran Bretagna è fuori dall’UE. Una storia lunga sei anni che comincia nel 2014 quando l’allora premier britannico, David Cameron, si trovò di fronte il doppio referendum: il referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito e il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. Alla fine con un piccolissimo margine percentuale, la Scozia decise nel 2014 di continuare a far parte del Regno Unito, mentre due anni più tardi, contro le aspettative di Cameron e per appena due punti percentuali, i cittadini britannici votarono per l’uscita dall’UE.

Oggi, con la Brexit diventata realtà, il Regno Unito si trova nuovamente a guardare in faccia l’ipotesi di un proprio nuovo percorso o comunque a muovere i sentimenti dei movimenti indipendentisti. A partire dalla Scozia. È difatti lei, la first minister scozzese Nicola Sturgeon a twittare per prima, lanciando un messaggio chiaro a Bruxelles e a Londra: “La Scozia tornerà presto in Europa. Tenete la luce accesa“.

Ma come si sono evolute le cose in Scozia? Dopo la sconfitta al referendum, al premier scozzese e leader del partito nazionale scozzese, Alex Salmond , è subentrata Nicola Sturgeon, che rilancia alla possibilità di un nuovo referendum sull’indipendenza del paese, proprio sfruttando  l’assist fornito dalla Brexit, visto che anche se la maggioranza degli scozzesi sei anni fa non voleva separarsi dal Regno Unito, il 62% aveva votato a favore della permanenza nell’Unione europea. “Prima che inizi la giostra, vale la pena ricordare che la Brexit sta avvenendo contro la volontà della Scozia“. “E non c’è accordo che possa mai compensare quello che la Brexit ci porta via. È tempo di progettare il nostro futuro come una nazione indipendente europea”, ha dichiarato una settimana fa il primo ministro scozzese.

E’ gridando «siamo europeisti» che la Sturgeon vuole sciogliere l’unione nata nel 1707. Le possibilità ci sono  perché attualmente in Scozia gli indipendentisti sono avanti di circa 16 punti percentuali e sembrano destinati a vincere le prossime elezioni di maggio. Tra l’altro gli stessi sondaggi di fine anno hanno mostrato che in Scozia è cresciuta la volontà di rendersi indipendenti. Le cose non sono semplici però perché per farlo serve un referendum costituzionale e per ottenerlo serve l’assenso del premier britannico che difficilmente lo concederà. Boris Johnson ha difatti dichiarato che non intende valutare questa opzione, giudicando definitivo il voto di sei anni fa.

Ma solo così, ottenendo prima la propria indipendenza, la Scozia può chiedere all’UE di essere integrata e la Sturgeon è fortemente motivata soprattutto perché l’accordo raggiunto dai conservatori di Boris Johnson suona tutto sommato, anche come una nuova opportunità per riprovare ad ottenere un eventuale nuovo referendum dopo quello del 2014, questa volta avendo un naturale alleato esterno proprio nell’Unione Europea.

Diversa è la situazione in Galles, poiché i gallesi votarono a favore della Brexit nel 2016 e il parlamento gallese ha votato a favore dell’accordo raggiunto sulla Brexit nonostante il premier laburista, Mark Drakeford, lo avesse definito «debole e deludente». Ma come Sturgeon, anche Drakeford è un leader carismatico che al momento gode di grande credibilità soprattutto grazie alla gestione indipendente della pandemia (visto che la sanità è competenza delle varie nazioni costitutive e non solamente di Boris Johnson). Inoltre, anche il Galles ha un proprio partito nazionalista/indipendentista, il Plaid Cymru , che negli scorsi mesi aveva proposto un primo referendum “esplorativo” sull’uscita dall’Unione.

Meno immediate ma comunque concrete, le ripercussioni della Brexit sull’Irlanda. Gli accordi fra Londra e Bruxelles hanno lasciato l’Irlanda del Nord nel mercato unico europeo, per evitare il ritorno a un confine fisico con la Repubblica di Dublino a Sud. Ma questo vuol dire che saranno necessari controlli doganali fra la provincia di Belfast e il resto della Gran Bretagna: dunque l’Irlanda del Nord si troverà da un punto di vista economico sempre più separata dalla madrepatria e sempre più integrata col resto dell’Irlanda. Questo apre alla possibilità di una spinta alla riunificazione delle due Irlande– di cui il Sinn Fein,( il partito nazionalista repubblicano erede dell’Ira guidato da Mary Lou McDonald ), si fa portavoce chiedendo già un referendum.

Per quanto riguarda Gibilterra, il territorio d’oltremare britannico, la Spagna e il Regno Unito hanno raggiunto un accordo in extremis che prevede che “la Rocca” – dove il 90% dei cittadini aveva votato contro la Brexit nel 2016 e circa 15 mila persone ogni giorno attraversano il confine per lavoro – rimanga nello spazio Schengen e continui a godere della libertà di circolazione con il resto dell’Unione europea. Anche in questo caso, però, la questione della sovranità sulla «Rocca», sembra solo spostarsi nel tempo poiché sia Londra che Madrid ne rivendicano la sovranità.

Dopo quarantasette anni di UE, la Gran Bretagna sceglie di proseguire da sola, “riprendendosi il destino nelle sue mani”, come ha detto il premier Boris Johnson, con conseguenze che potranno essere positive o negative. Difficile prevedere i rapporti futuri col continente, ancor di più, a primo impatto, con le stesse nazioni appartenenti, che già da tempo spingono per la propria indipendenza.  Il contesto storico è particolare, la pandemia e la conseguente crisi economica, hanno ampliato le differenze soprattutto economiche tra l’Inghilterra e le restanti parti del Regno Unito.

Londra però vede il “divorzio”, come condizione necessaria per il varo della «global Britain», che guarderà al mondo, non più solo all’Europa. “Questo accordo va giudicato  –  ha scritto il quotidiano inglese conservatore Telegraph – soprattutto in base a quanto poco limita la libertà di azione del governo britannico. Più possibilità avrà il Regno Unito di cambiare e migliorare le proprie leggi, tasse, regolamentazioni ed altre politiche per dare una grande spinta alla nostra economia e alla nostra società, meglio sarà”

Su queste basi poi il divorzio europeo sembra aver avviato spinte centrifughe difficilmente gestibili. Sarà un processo probabilmente lento, i cui effetti, positivi o negativi, non tarderanno però a manifestarsi con grande forza.

 

Noemi Maria Cognigni

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