Conflitti

Published on novembre 12th, 2020 | by Eurasia News

0

Nagorno Karabakh: il vero vincitore di questo conflitto è la Russia che rafforza anche la sua presenza nel Caucaso meridionale

Mosca – Martedì scorso Azerbaigian e Armenia con l’intermediazione della Russia, hanno firmato un accordo di cessate il fuoco per porre fine al conflitto militare nel Nagorno-Karabakh. Tutti i territori circostanti (7 regioni) occupati dall’Armenia saranno restituiti all’Azerbaigian, mentre gli sfollati e i rifugiati azeri torneranno alle loro case sotto la supervisione dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati.  In adempimento dell’accordo forze di pace russe  saranno schierate lungo la linea del fronte nel Nagorno-Karabakh e nel corridoio di Lachin tra la regione e l’Armenia. La durata del loro incarico è di cinque anni con proroga automatica di altri cinque. In questo modo Mosca, che ha già basi militari a Gyumri (Armenia), rafforza ulteriormente la sua presenza nel Caucaso meridionale.

Finisce così una guerra sanguinosa che ha contrapposto Azerbaigian e Armenia, ma soprattutto Turchia e Russia, la prima alleata di Baku, la seconda di Erevan, con rischi di allargamento del conflitto nel Caucaso e oltre. Vince la pace e vince Putin, che è riuscito a riportare ordine nel caos, con il mondo a osservare da lontano, a parte il risuonare di blandi appelli alla pace. Un’assenza interessata, dato che molti stavano tacitamente sperando che si consumasse l’escalation, portando Ankara in aperto conflitto con Mosca, sviluppo che avrebbe aperto le porte a un ritorno del figliol prodigo, Recep Tayyip Erdoğan, tra le braccia della Nato. Da qui il blocco di quanti, interessati a riportare l’ordine – anzitutto Macron -, si sono trovati soli nel rappresentare le preoccupazioni dell’Occidente per il nuovo conflitto alle porte dell’Europa. Invece Putin è riuscito laddove altri hanno fallito, con un’azione diplomatica di alto livello. Anzitutto ha difeso le ragioni dell’Armenia, denunciando con voce alta e forte l’attacco dell’Azerbaigian. Non un generico appello alla pace, ma un puntuale richiamo all’aggressore.

Il lungo stallo aveva di fatto conferito la regione autonoma all’Armenia, nonostante il fatto che essa, prima del collasso dell’Urss, era parte dell’Azerbaigian e che gran parte della sua popolazione è musulmana sciita, indistinguibile dal resto della popolazione azera. Putin aveva così rimproverato a Baku non tanto le rivendicazioni, pur non sposandole in toto, ma l’uso della forza, e chiedendo di aprire un dialogo tra le parti sulle controversie, invito a lungo declinato da Baku. Stessa fermezza aveva usato con la Turchia e il suo sultano, Erdogan, che inutilmente aveva provato a convincere lo zar delle sue ragioni.

Ma, pur condannando l’aggressione, non ha rotto né con l’Azerbaijan (sempre identificato come partner paritario rispetto all’Armenia), né con Erdogan, rimanendo in attesa di una ricomposizione e riuscendo nell’arduo esercizio di tenere a freno gli ambiti dell’esercito e dell’élite russa infuriati col sultano turco per il rilancio del sogno neo-ottomano nel Caucaso – spazio ex sovietico e tuttora sotto la diretta influenza russa -, che rischiava di destabilizzare l’intera regione. Allo stesso tempo, Putin aveva chiarito all’Armenia che l’avrebbe difesa in caso di aggressione nel suo territorio, lanciando così un monito parallelo a Baku, che aveva tentato alcune incursioni contro Erevan. Ma aveva anche chiarito che non avrebbe inviato forze per difendere il Nagorno-Karabakh e che quindi lo sforzo bellico che Erevan stava sostenendo per difendere la regione non riguardava Mosca.

In tal modo ha evitato di coinvolgere Mosca nella guerra, sviluppo ad alto rischio perché, seppure la vittoria su Baku sarebbe stata di facile portata, il conflitto si sarebbe trasformato inevitabilmente in un lungo scontro a bassa intensità, con un dissanguamento progressivo delle risorse russe.

Sull’esito finale di questo conflitto è interessante l’analisi di Nona Mikhelidze, responsabile del programma “Europa orientale e Eurasia” della IAI,  “l’accordo negoziato con la Russia consegna l’Armenia ai tumulti politici e la sua giovane democrazia a un futuro imprevedibile. In Armenia stanno scoppiando proteste di massa che etichettano l’accordo come un tradimento e chiedono le dimissioni del primo ministro Nikol Pashinyan. Se così sarà (e appare difficile che Pashinyan  abbia un’alternativa) il Cremlino otterrà un doppio guadagno da questo accordo. L’Armenia – prosegue Mikhelidze – è un partner strategico per la Russia, ma le relazioni bilaterali tra i due sono cambiate dal 2018 e precisamente dopo la rivoluzione che ha portato al potere il primo ministro Pashinyan. Le riforme democratiche che ha intrapreso e la sua lotta alla corruzione, conclusasi con l’incarcerazione di alcuni oligarchi affiliati alla Russia e dell’ex presidente filo-russo Kocharyan, non sono state apprezzate dal Cremlino. Adesso Putin può vendicarsi. Oltre a essere riuscita a fermare il timido percorso dell’Armenia verso un governo democratico, Mosca toglie di mezzo così anche il Gruppo di Minsk dell’OSCE, evidenziando  ulteriormente l’ incapacità delle potenze occidentali (in particolare Francia e Stati Uniti) di esercitare una qualche influenza su un negoziato durato anni. L’accordo russo arriva dopo due cessate il fuoco falliti mediati prima dalla Francia e poi dagli Stati Uniti”. “In ultimo, ma non meno importante – conclude Mikhelidze nel suo intervento – le trattative trilaterali Russia, Azerbaijan, Armenia segnano una modesta vittoria anche per Ankara. Secondo l’accordo, l’Armenia dovrà fornire un corridoio tra l’Azerbaigian e la sua Repubblica autonoma di Nakhichevan, quindi un collegamento di trasporto diretto tra Turchia e Azerbaigian.

In sostanza  pur conservando il filo del dialogo, Putin ha fatto sentire la pressione russa su Erdogan, non solo con una inedita freddezza nei rapporti diretti, preferendogli il dialogo con le autorità azere, ma anche con iniziative belliche indirette, isolate, ma bastevoli a dare la misura della fermezza di Mosca. In tal senso vanno interpretati i bombardamenti russi contro le milizie terroriste di Idlib, in Siria, che Ankara ha usato per sostenere lo sforzo bellico azero.

Insomma, una tessitura politica in cui Putin ha alternato fermezza e dialogo, che alla fine ha prodotto i risultati sperati. A favorire l’accordo, la constatazione di Erevan dell’impossibilità di difendere le sue ragioni: l’esercito azero ha vinto la guerra, avendo preso il controllo di Shusha, città chiave perché collega l’Armenia a Step’anakert, capitale del Nagorno-Karabakh. Eppure Step’anakert, come altri distretti, rimarrà sotto il controllo di Erevan, conservando in parte lo status quo pregresso, e soprattutto rassicurando la comunità armena della regione autonoma che temeva un revanscismo islamico-azero. Allo stesso tempo, l’accordo, oltre a porre fine allo spargimento di sangue, chiude le pretese azere sull’intera regione autonoma e pone un freno alle pretese neo-ottomane sul Caucaso.

RED

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,


About the Author



Comments are closed.

Back to Top ↑
  • Translator

  • Eurasia News TV

  • Official Facebook page

    Facebook By Weblizar Powered By Weblizar
  • 
      • Mosca
      • Roma
      • Baku
        • Sunday 29 11
        • ??°
        • icon
          • Min°
          • Max°
    Geolocation...
    weather press loader
    • Recent Posts

    • Archivi

    • Newsletter

      Subscribe to our newsletter