Musica

Published on settembre 27th, 2020 | by Eurasia News

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Nati per cantare

Il Coro Turetsky insieme con il gruppo Soprano è arrivato in Italia dove si è esibito in due meravigliosi concerti. La tappa Italiana è parte di una grande tournée europea nella cornice del programma “Unity Songs. Le canzoni della Vittoria”, voluto e organizzato dal Governo di Mosca con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri russo e della fondazione di beneficenza “Causa Comune”.  In Italia si è occupata dell’organizzazione l’agenzia Palazzoeventi di Eleonora Ziganshina e Victoria Kursova.

Prima di arrivare in Italia, il due gruppi hanno cantato in Austria, Slovacchia, Ungheria, Slovenia. Dopo la tappa italiana, si esibiranno a Dresden il 26 settembre e concluderanno la tournée a Berlino il 27 settembre.

I due concerti si sono svolti a Torino, nel Castello del Valentino, e a Roma, a Cinecittà. Gli eventi sono stati accomunati da terribili condizioni meteorologiche e dal forte trasporto sia degli artisti che degli spettatori, che sono rimasti fino all’ultima canzone nonostante la pioggia battente. 

Al termine del primo concerto a Torino abbiamo fatto una chiacchierata con il fondatore e direttore del Coro Turetsky, Mikhail Turetsky.

  • Lei è nato il 12 aprile, esattamente un anno dopo il primo volo nello spazio di Yurij Gagarin. Nessuno ha pensato di darle il suo nome, e lei non ha mai pensato di diventare astronauta?

Non ho mai pensato di diventare astronauta, anche se con il mio cognome avrei dovuto pensarci, in fondo sono una persona “spaziale”! E quando si è presentata la possibilità di mettersi in lista per i voli su Marte, mi sono iscritto, perché non si sa mai. Se tra 5-7 anni non dovessi avere niente da fare, ci andrei. L’importante è tornare! Insomma, mi sono messo in lista, sono in cerca di uno sponsor.

Ho un buon rapporto con il cosmo, è al cosmo che mando le mie idee, i miei suoni, la mia energia. Sono addirittura certo che, quando noi artisti incontriamo il pubblico, è dal cosmo che prendiamo l’energia. Quando il pubblico è contento, il cosmo ci ascolta e ci trasferisce la sua energia. 

  • E il nome?

Mamma voleva chiamarmi Yurij, ma papà aveva la erre moscia e disse che Yurij sarebbe stato “un nome difficile”, perciò scelsero Misha. Io provengo da una famiglia ebrea, e questo nome piace a tutti perché, nella traduzione dall’ebraico significa “simile a Dio”. Sono finito a studiare musica per caso, ma mia madre racconta che già a un anno e due mesi potevo farfugliare ciò che sentivo alla radio o alla televisione e che, a due o tre anni, senza capire le parole, cantavo in maniera riconoscibile le varie hit che venivano trasmesse alla TV, perciò evidentemente era destino…

  • È chiaro. E poi è venuto il momento dell’istituto Sveshnikov, dell’accademia Gnesin…

L’istituto Sveshnikov era la migliore scuola di musica sovietica, e a quei tempi era anche la migliore nel mondo. I diplomati dei quell’istituto sono diventati direttori d’orchestra e compositori in molte orchestre in giro per il mondo. Per quanto riguarda l’istruzione sono stato fortunato, sono riuscito a prendere il meglio di quello che la scuola sovietica metteva a disposizione. Poi è stata la volta dell’Accademia Gnesin, dove sono stato assistente e tirocinante. È tutta la vita che faccio musica. E il mio progetto consiste nel rendere la musica fruibile a tutti, perché tutti possano essere uniti e cantare insieme qualsiasi musica esiste in natura. Per fare questo abbiamo le risorse vocali, i musicisti, degli arrangiamenti speciali. E, cosa più importante, abbiamo un metodo in base al quale gli spettatori non devono studiare a lungo una musica complessa, ma capiscono subito tutto. Tutto questo, comunque, senza rendere il processo creativo troppo elementare. Non possiamo permettercelo, perché la nostra formazione ce lo impone. Perciò cerchiamo sempre di trovare un compromesso tra semplicità e complessità, perché la nostra musica sia allo stesso tempo ricca, ma comprensibile. 

  • Qual era invece l’idea che muoveva il coro fondato nel 1990?

L’idea era di riportare alla luce la tradizione ebrea dei canti spirituali. È una tradizione molto ricca, in quanto gli ebrei si sono integrati in tutto il mondo, assorbendo la musica dei popoli con i quali convivevano e arricchendola con la propria cultura. Si tratta di una simbiosi musicale che si trasformava in musica spirituale, una musica che veniva suonata nelle sinagoghe di tutto il mondo. E che è molto popolare e comprensibile. Abbiamo affondato le mani in questa tradizione, mescolandola con altre composizioni e con la musica popolare ebrea, e con questo repertorio abbiamo fatto i nostri primi concerti.  In seguito abbiamo cominciato ad aggiungere al repertorio canzoni russe, francesi, italiane, cantavamo a cappella. E poi siamo andati negli Stati Uniti e lì abbiamo lavorato a lungo, proprio lì io ho capito che, per allargare il proprio pubblico, bisogna portare il coro al livello della musica leggera. E per fare questo ci vogliono gli strumenti musicali, la strumentazione, le tecnologie, gli schermi, le scenografie… 

  • Vuol dire che lei è diventato il manager?

Ma no, resto comunque un musicista. Ma è chiaro che senza un po’ di attitudine all’organizzazione e alla produzione si rimane musicisti o ingobbiti direttori d’orchestra.

  • E le ragazze? Dopo vent’anni avete capito che senza donne non si può stare?

No, quello è un progetto autonomo. Esistono lo Yin e lo Yang. Le Soprano non sono un analogo del Coro Turetsky, come la donna non è un analogo dell’uomo. Loro fanno le loro tournée indipendentemente da noi. A un certo punto ci siamo uniti, e questa è la nostra forza. La donna e l’uomo sono due entità indipendenti, ma quando si uniscono possono fare insieme molto di più.

  • Siete stati in Italia, in Canada, in molti paesi europei, ma in Italia siete arrivati soltanto l’anno scorso, con il progetto “Unity Songs, Pesni Pobedy” (Canzoni della Vittoria). Quali sono le vostre impressioni dell’Italia e del concerto? 

Realizzare un progetto del genere tenendo conto della pandemia è molto complicato. Ma la nostra forza di intenti e un grande lavoro di squadra hanno dato i loro frutti! Alla fine dei conti siamo riusciti ad arrivare in aereo in Europa nonostante la chiusura dei confini con la Russia. È un vero miracolo divino! Perché anche adesso che siamo qui, è comunque come stare su un campo minato, con le normative relative al Covid che cambiano ogni giorno, le restrizioni, le zone rosse ecc. Per rimanere qui dobbiamo rifare il test ogni 72 ore! E noi ci riusciamo!

Siamo a Torino per la prima volta, ma non per la prima volta in Italia. È un paese bellissimo, pieno di persone sorridenti, ospitali, cariche di positività. L’Italia è la culla della civiltà e tra Russia e Italia ci sono sempre stati rapporti di amicizia e di fiducia. E proprio il nostro progetto “Canzoni della Vittoria” parla di pace, dei nostri 75 anni di pace, dei nostri 75 anni di fiducia nel futuro. Della necessità di unirsi e conservare la pace per noi e per le generazioni future.

Oggi l’atmosfera a Torino era molto intensa, nonostante piovesse a dirotto, nessuno è andato via. E il pubblico ha cantato con le mascherine, nonostante sia molto difficile. Perché, alla fine dei conti, tra i nostri paesi e i nostri cuori non esiste nessuna distanza. Il motto dei concerti di quest’anno è “La musica nel nome della pace e della salute”. Quando le persone si divertono durante un concerto, si mette in modo anche il loro sistema immunitario, e diventano più forti davanti a qualsiasi virus. Succede proprio sotto ai nostri occhi. Tutti vanno via felici, di buon umore e, in qualche modo, guariti.

  • Vi aspettavamo a maggio con questo progetto.

A maggio non era possibile, perché tutto il mondo guardava con trepidazione quello che stava accadendo in Italia. Le Soprano hanno anche dedicato all’Italia un video, “Amore sordomuto”, costruito con un linguaggio allegorico, un linguaggio del corpo e della musica.

  • Spero che presto la pandemia volga al termine e che voi possiate realizzare il vostro progetto, che possiamo chiamare per il momento “Trent’anni insieme”, per celebrare ancora una volta il vostro anniversario.

Anche noi ci speriamo. Al momento la situazione è molto difficile, perché il nostro settore ha subito un duro colpo a causa della pandemia. È complicato esibirsi quando le persone hanno paura le une delle altre, hanno paura di stare insieme. Normalmente noi riuniamo decine di migliaia di spettatori…

  • E a volte anche centomila.

Sì, una volta è successo. In occasione del concerto sulla Collina Poklonnaja, a Mosca nel 2015, si sono riunite centocinquantamila persone. Oppure l’anno scorso, quando in occasione della festa della regione di Tjumen’, in Siberia, il capo della polizia della città mi ha detto: “Oggi c’erano centosettantacinquemila persone, e nei vent’anni della mia carriera è il più grande assembramento di persone che abbia mai visto”. La piazza si era riempita e ricaricata di energia positiva ed emozioni piacevoli. 

Per noi è difficile lavorare quando ci sono poche persone, distanziate e nascoste dietro le mascherine, e per di più piove a catinelle. Ma siamo dei virtuosi, ce la mettiamo tutta, e ci riusciamo comunque. 

  • Ci sono dei momenti che vorrebbe cancellare o, ritornando indietro, vivere in modo diverso?

Mi succede spesso di dover superare delle situazioni, sopportare, e poi trasformarmi. L’uomo è fatto per soffrire. La sofferenza è un momento di crescita spirituale. Io non rifiuto le sofferenze, le coltivo. Non le ho inventate io, mi sono state date affinché io diventi più forte. Di questa vita io conservo e accumulo tutto, e per tutto quello che ho sono grato al Signore, che sta sopra tutte le cose.

Evgeny Utkin, Torino

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