Turchia

Published on giugno 13th, 2020 | by Eurasia News

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Turchia: Erdogan destabilizza il Mediterraneo, ricatta l’Europa, taglia fuori strategicamente l’Italia

Nuove maxi-operazioni in Turchia contro la presunta rete golpista di Fethullah Gulen.   A quasi 4 anni dal fallito colpo di stato, la procura di Smirne, ha emesso  191 mandati di cattura contro membri delle forze armate, di cui 181 soldati dell’aviazione militare di Ankara tuttora in servizio attivo. Blitz per cercare di arrestare i sospetti sono stati lanciati simultaneamente in 22 province. Almeno 145 dei ricercati sono già finiti in manette.  Questo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu.

Le statistiche delle purghe in corso in Turchia sono sconvolgenti. Il giorno dopo il fallito golpe del 16 luglio 2016, il governo Erdogan ha licenziato 2.745 giudici, un terzo del totale. Non molto tempo dopo circa centomila funzionari pubblici, insegnanti e giornalisti hanno perso il lavoro. Il numero è oggi incredibilmente elevato: 182.247 funzionari, insegnanti e accademici statali licenziati, 59.987 arrestati.  Grazie allo stato d’emergenza, Recep Tayyip Erdoğan, che dopo la vittoria nel contestato referendum costituzionale, ha avocato a sé tutti i poteri  esecutivi,  può in qualsiasi momento ordinare isolamenti, detenzioni, chiusure di organizzazioni e istituti, sequestri di proprietà private, coprifuochi

Questa è l’immagine di una Turchia completamente sventrata di ogni etica e morale e plasmata interamente su immagine del dittatore, tanto da far parlare di Erdoganistan: un Paese senza libertà né diritti, retto da un regime islamo-nazionalista che sfruttando uno pseudo golpe ha realizzato il disegno che covava da tempo: risolvere manu militari il problema curdo, azzittire la stampa indipendente, riempire le  galere di giornalisti, professori universitari, funzionari pubblici, attivisti dei diritti umani. E ora anche di parlamentari dell’opposizione. Le opposizioni denunciano un “golpe contro la volontà popolare e la democrazia” e il mondo dell’informazione è sottosopra.   Ad esempio, l’intellettuale e giornalista turco Ahmet Insel dichiara: “Le cose in Turchia sono peggiorate, grosso modo, da quattro anni. Le proteste di Gezi Park nel 2013 hanno creato panico nel governo: da quel momento ha voluto controllare la stampa sempre di più. E dato che i media della confraternita Gülen hanno attaccato sempre di più il governo, Erdogan ha cominciato a vedere nella stampa il pericolo principale. Dopo il colpo di stato, l’attacco alla stampa è diventato generale e ha coinvolto anche la stampa di sinistra e la stampa curda. Non si tratta solo di pressioni o di chiusura dei giornali o delle televisioni, ma si è passati direttamente all’arresto dei giornalisti.” Ma anche l’esperienza di Asli Erdogan, autrice pluripremiata e tradotta in 17 lingue , diventata il simbolo delle centinaia di intellettuali ali colpiti dalla repressione nella Turchia post-golpe. Lei in carcere ha trascorso 136 giorni con l’accusa di “terrorismo”. 

Ma il piano del Sultano non si limita ai propri confini: la sua manovra geopolitica di controllo del Mediterraneo passa chiaramente per la Libia– paese vicino e strategico per il suo disegno neoimperiale. Difatti  il presidente del Governo di accordo nazionale libico , Fayez al- Sarraj, ha annunciato che le forze a lui fedeli hanno preso il controllo della capitale libica, respingendo le milizie fedeli al generale Khalifa Haftar. L’annuncio è arrivato proprio in occasione della visita di Sarraj   ad Ankara, dove ha incontrato il presidente turco che lo ha sostenuto politicamente e militarmente, attraverso l’invio di consiglieri, istruttori militari e materiale bellico, oltre che di migliaia di uomini. Erdogan si è detto felice per la vittoria ottenuta da Tripoli ribadendo la legittimità del governo di Sarraj e sottolineando come le intese stipulate con Sarraj lo scorso novembre diventeranno sempre più ampie, sia per quanto riguarda la cooperazione militare che lo sfruttamento da parte della Turchia delle acque a sud di Cipro: “Il nostro obiettivo è far progredire la nostra cooperazione, tra cui l’esplorazione e la perforazione, per beneficiare delle ricchezze naturali nel Mediterraneo orientale“.  A Tripoli dunque i turchi la  fanno da padroni con conseguenti effetti anche per le imprese italiane in Libia, facilmente presto  sostituite da quelle turche. 

E’ così: Erdogan  destabilizza il Mediterraneo, ricatta l’Europa, taglia fuori strategicamente l’Italia.  E tutto questo avviene con la complicità della stessa Europa, che ufficialmente prende le distanze dal regime dittatoriale di Erdogan ma poi  nei fatti chiude gli occhi dinanzi alle sue brutalità anti-costituzionali e le sue mire geopolotiche. L’Europa cede, prevedibilmente  perché lui è l’unico che può bloccare o contenere i flussi migratori.  A Erdogan l’Europa ha promesso 6 miliardi di euro, sottoscrivendo un accordo nel quale non c’è una riga  che riguardi il rispetto degli standard minimi di democrazia. E niente è stato fatto dopo che il “Sultano” osannato dalla folla ha promesso il ripristino della pena di morte e ottenuto il via libera per l’arresto di parlamentari nel pieno delle loro funzioni.  

Come in tutte le dittature del mondo o nei governi estremamente nazionalisti anche in Turchia, sin dai primi giorni dell’emergenza sanitaria, il governo centrale ha alzato l’asticella della repressione portando avanti una vera crociata contro le opposizioni e non solo. Ankara sembra che abbia deciso di sfruttare la pandemia per i propri scopi politici.

 Gli stessi sindaci di Ankara e Istanbul sono sotto indagine perché hanno portato avanti iniziative di sostegno straordinario alle famiglie bisognose delle rispettive città non parallelamente al governo centrale.  Se pensiamo poi che sono fresche le dichiarazioni del Presidente del Direttorato degli Affari Religiosi, Ali Erbas,  che rivolgendosi ai fedeli in una moschea, ha definito i rapporti extraconiugali e le persone omosessuali come “le principali fonti di trasmissione delle malattie che fanno marcire le generazioni”, ci rendiamo conto come la cultura della discriminazione passa anche per la religione. Inutile dire che le dichiarazioni di Erbas hanno attirato la protesta di diverse parti della società,  tuttavia non sufficienti poiché una notevole fetta del paese ha sostenuto le sue idee.  La settimana successiva, dopo il consiglio dei ministri, il Presidente della Repubblica si è presentato davanti alle telecamere e ha difeso Erbas ed Erdogan ha affermato: “E’ necessario operare un cambiamento nel sistema elettorale interno agli albi degli avvocato e a quelli dei medici. L’attacco contro il Presidente del Direttorato degli Affari Religiosi ci fa capire che dobbiamo finalizzare questo cambiamento legislativo con urgenza”. 

Dopo il fallito golpe del 15 luglio 2016 la Turchia ha vissuto in stato d’emergenza per due anni.  Ed è questa la storia turca degli ultimi anni:  misure restrittive,  censura,  sospensione di una serie di accordi/patti/convenzioni internazionali-  hanno fatto sì che il governo centrale avesse carta bianca. Questa opportunità è stata senz’altro utilizzata da Ankara per colpire le voci delle opposizioni- opportunità notevolmente cresciuta con lo Stato d’emergenza da Covid 19.

Noemi Maria Cognigni

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