Brasile

Published on maggio 16th, 2020 | by Eurasia News

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L’ULTIMA VITTIMA DEL CORONAVIRUS: LA FORESTA AMAZZONICA

Tra il 1990 e il 2016, secondo la Banca mondiale, il pianeta ha perso 1,3 milioni di chilometri quadrati di foresta, un’area più ampia del Sudafrica. Circa il 17% della foresta pluviale amazzonica è stata distrutta negli ultimi 50 anni e recentemente le perdite sono aumentate.

Secondo l’ONU e FAO, ogni anno perdiamo oltre 7 milioni di ettari di foresta e sono tutti attribuiti alle attività umane. Le ripercussioni negative di questo trend sono evidenti: a rischio tra le altre cose, la vita di circa 250 milioni di persone che vivono nelle aree forestali e della savana. 

In questo scenario spicca il caso del Brasile in cui la pandemia sta facendo una vittima in più: la foresta amazzonica. Infatti, approfittando della riduzione delle pattuglie della polizia che sorveglia l’ambiente, limitate allo stretto necessario con la scusa di proteggere le popolazioni indigene dal rischio di contagio da coronavirus, i saccheggiatori ne hanno approfittato. A dimostrarlo sono i dati del sistema di allerta satellitare dell’istituto brasiliano di ricerca spaziale (Inpe). 

Il mese scorso sarebbero stati distrutti 326 chilometri quadrati di foresta, una superficie equivalente a tre volte quella della città di Parigi. L’area distrutta ad aprile è stata più vasta del 64% rispetto ad aprile scorso. Nei primi quattro mesi del 2020 la distruzione da parte di agricoltori e taglialegna illegali,  è cresciuta del 55% . Il disboscamento tra l’altro sta avvenendo in un periodo di piogge quando, invece, dovrebbe rallentare e sta avvenendo mentre la pandemia di Covid-19 si sta espandendo in Brasile enormemente. Tutto questo preoccupa enormemente gli ambientalisti , i quali sostengono quanto la politica di Bolsonaro abbia favorito la deforestazione. La cosa è stata negata dal presidente, che all’inizio di questa settimana ha autorizzato lo spiegamento di forze armate nella regione per tentare di frenare il disboscamento illegale.  Spiegamento che concederebbe  all’esercito autorità sulle agenzie ambientali, aumentando così a dismisura l’influenza militare sul governo.

Suely Araujo, a capo dell’Ibama fino all’inizio del 2019 e oggi consigliere per l’Osservatorio sul clima, ha dichiarato che: ” è inaccettabile trasferire all’esercito l’autorità su operazioni ambientali in Amazzonia.“I militari possono aiutare in determinate situazioni, ma in relazione alle agenzie ambientali, dovrebbero essere consultati e le agenzie non dovrebbero essere subordinate“. “Sono le agenzie ambientaliste che hanno esperienza in questo settore, che sanno come attuare la pianificazione e la strategia operativa“.

Per Araujo la questione più delicata è capire se l’Ibama dovrà chiedere l’autorizzazione dell’esercito per distruggere le attrezzature utilizzate per commettere crimini ambientali, quali il disboscamento illegale all’interno delle riserve indigene o di altre aree protette. A questo proposito, Bolsonaro ha ripetutamente affermato che il governo non dovrebbe distruggere questi macchinari, ma gli agenti Ibama hanno continuato a farlo, considerando l’eliminazione come l’unico modo per evitare il ripetersi dei crimini ambientali.

Le voci che si uniscono al grido di allarme sono tante: la Human Right Watch Brasile avverte che “le attività e le reti criminali continuano ad operare nella più assoluta impunità trovando porte ancora più aperte, minacciando le popolazioni indigene e gli altri abitanti della foresta”.

Anche Adriana Ramos, esperta dell’organizzazione non governativa Institut Socioambiantal, dichiara che la politica di estrema destra di Jair Bolsonaro fin dall’inizio ha voluto trarre vantaggio dallo sfruttamento della foresta dell’Amazzonia  incoraggiando quelli che distruggono illegalmente la foresta. La crescita della deforestazione in questi ultimi mesi, ha aggiunto, è una conseguenza diretta del cambiamento della legislazione sui diritti della terra, introdotta dal governo Bolsonaro che renderebbe più facile la regolarizzazione della proprietà stabilita illegalmente attraverso il disboscamento in Brasile e in particolare in Amazzonia.

Lo stesso Salgado, uno tra i fotoreporter più famosi del mondo, che da molti anni documenta la vita delle popolazioni dell’Amazzonia, ha fatto appello al governo, al congresso e alla corte suprema del Brasile per chiedere di agire per evitare il contagio delle popolazioni native. Gli indigeni amazzonici vivono in territori riservati per legge al loro uso esclusivo ma che sono invasi illegalmente da minatori, taglialegna e allevatori di bestiame, possibili portatori del virus che rischia di decimare una popolazione non organizzata contro questo tipo di epidemia. 

In concomitanza con la pandemia, la violenza contro le popolazioni indigene non fa che aumentare. Secondo Sonia Bone Guajajara (coordinatrice esecutiva dell’APIBArticolazione dei Popoli Indigeni del Brasile),  la mancanza di demarcazione dei territori, in un momento di pandemia, rende le popolazioni indigene ancora più vulnerabili: “non solo siamo esposti al coronavirus, ma minatori e taglialegna continuano a violare i nostri diritti e distruggere il nostro ambiente. Abbiamo bisogno di politiche di prevenzione, di aiuti umanitari e di efficaci politiche di protezione ambientale per prevenire le invasioni, che sono fonti costanti di contaminazione e di malattie per i nostri territori”. 

Gli indigeni hanno denunciato la politica dell’attuale presidente Jair Bolsonaro rispetto alla sua volontà di rivedere le demarcazioni che delimitano i territori indigeni dichiarando che il suo governo è “completamente asservito agli interessi economici nazionali e al capitale internazionale,”- ” vuole limitare i nostri diritti, soprattutto territoriali, favorendo l’avanzamento di pratiche illegali sulle nostre terre per poter impiantare allevamenti di bestiame e agricoltura intensiva e monocolture, e dare concessioni a grandi imprese minerarie e imprese di infrastrutture per impianti idroelettrici, linee di trasmissione e strade”. “Tutti questi atti illeciti e incostituzionali – dicono gli indigeni – costituiscono un progetto di morte per i nostri popoli”.
Di sterminio di massa aveva già parlato il capo indigeno brasiliano payako, Raoni Metuktire, nella sua lettera alla comunità internazionale, in cui chiedeva aiuto a nome delle sue tribù: “Per favore, aiutateci a evitare un genocidio nei nostri villaggi“. “Non dobbiamo dimenticare la connessione che c’è tra il disboscamento, l’allevamento industriale intensivo e l’urbanizzazione selvaggia e la zoofilasi che ormai è certo sono le cause principali della creazione e della propagazione dei virus“.

Va ricordato, però, che è dal 2012 che la deforestazione si espande senza sosta, con un peggioramento notevole dall’elezione di Jair Bolsonaro a gennaio 2019. Il presidente brasiliano ha scelto di ridurre i fondi per le forze dell’ordine ambientali, ha concesso l’amnistia ai deforestatori illegali e chiesto una riduzione dell’estensione delle aree protette e dei territori indigeni. Benché gli scienziati abbiano avvertito che le sue politiche potrebbero alterare tanto profondamente l’Amazzonia da renderla un territorio più simile a una savana che a una foresta pluviale, le stime INPE rilevano che la deforestazione amazzonica non si ferma,  dimenticando che la Foresta Amazzonia è un patrimonio di inestimabile valore da cui dipende l’esistenza  del nostro Pianeta.

Noemi Maria Cognigni

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