Oil & Gas

Published on marzo 12th, 2020 | by Eurasia News

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LA GUERRA DEL PETROLIO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Non c’è solo il timore legato all’epidemia di Covid-19 a far crollare le borse. A preoccupare gli operatori del settore, in queste ore, è stato l’annuncio dei sauditi di un drastico aumento della produzione del greggio. Questo ha innescato una guerra dei prezzi fra i tre giganti dell’oro nero: Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti. Ieri, nella seduta peggiore dal 1991 ad oggi per il comparto petrolifero, il Brent è arrivato a perdere il 30%, scendendo fino a un minimo di 31 dollari al barile. Un crollo repentino che non ha precedenti nella storia recente: così non si era visto neanche dopo l’11 settembre 2001, né con il crack di Lehman Brothers.

La battaglia dei prezzi al ribasso tra i giganti del settore petrolifero, unita ai timori per il coronavirus, fa schiantare le borse. Riad e Mosca si fanno la guerra minacciando di riversare sui mercati fiumi di greggio che, complice l’epidemia, nessuno potrà comprare.

Già prima dell’annuncio dei sauditi dell’aumento di produzione di petrolio, tre fattori avevano contribuito a farne calare il prezzo. Il primo è la riduzione della domanda mondiale dovuta alla recessione in seguito alla diffusione del nuovo coronavirus. In queste settimane il greggio si sta riversando su un mercato che al momento non soddisfa l’offerta, visto che gli aerei restano a terra, le fabbriche lavorano a rilento, quando riescono a farlo, e milioni di persone restano chiuse in casa per evitare il contagio. Il secondo fattore di ribasso dei prezzi è la crescita sui mercati di petrolio e gas “non convenzionale” dagli Stati Uniti, che hanno spinto la produzione al massimo storico di 12 milioni di barili al giorno. Nonostante la guerra in Libia e l’embargo imposto a Venezuela e Iran, c’è ancora troppo petrolio in circolazione. Ultimo, ma da non sottovalutare, il progressivo adattamento dei paesi industrializzati alle politiche ambientalivolte a ridurre l’uso di combustibili fossili.

Il vertice della scorsa settimana dell’Opec Plus (composto dai membri Opec più gli 11 paesi esterni al cartello) a Vienna, si è concluso con un nulla di fattoMosca si è rifiutata di avallare il maxi-taglio complessivo di 1,5 milioni di barili al giorno che le era stato di fatto imposto dall’Opec. Non si è fatta attendere la risposta dell’Arabia Saudita: nel fine settimana l’Aramco, la compagnia nazionale saudita di idrocarburi, ha applicato sconti di listino mai visti sulle forniture di greggio e ha lasciato trapelare che intende accelerare la produzione, per riconquistare le quote di mercato perse negli ultimi tre anni, quando la monarchia sopportava la maggior parte dei tagli produttivi di Opec Plus. Abbandonando il vertice, il ministro russo dell’Energia, Alexander Novak, ha dichiarato che da aprile “non ci saranno più restrizioni a produrre né per l’Opec né per i paesi non Opec”.

L’Arabia Saudita e la Russia stanno discutendo sul prezzo e sul flusso di petrolio. Questa, e le notizie false, sono la ragione del crollo dei mercati”: il presidente americano Donald Trump – tanto per cambiare – commenta con un tweet il tonfo delle borse e rivela la sua preoccupazione. E non solo per l’effetto negativo su Wall Street e i mercati azionari, ma anche per le ripercussioni sulle compagnie americane dello shale oil, le più indebitate e per cui i costi di estrazione sono molto più elevati. Diversi analisti osservano come, in questo momento di ‘anarchia produttiva’, siano proprio le compagnie americane a rischiare di più. E forse tra gli obiettivi delniet di Mosca a Vienna c’è anche questo: costringere alla resa l’industria Usa dello shale oil e gas, che insidia sempre di più i mercati serviti dalla Russia.

Tra i due, la Russia sembra nella posizione migliore per superare la tempesta. Mosca ha bisogno di un prezzo di 42 dollari al barile per far quadrare il proprio bilancio, mentre l’Arabia Saudita ha bisogno che i prezzi superino almeno il doppio di tale importo. Inoltre, le riserve di valuta estera della Russia sono superiori a quelle di Riad, e il rublo – a differenza del rial – è una valuta flessibile, non legata al dollaro. Se il prezzo del petrolio si dovesse mantenere basso troppo a lungo, la situazione potrebbe minare la fiducia degli investitori e indurre a speculazioni sulla svalutazione della moneta saudita. Ma a segnalare che non tutto è perduto e che un’intesa è ancora possibile, è intervenuta oggi una nota del Cremlino che non esclude che “Russia e Arabia Saudita possano ancora trovare un accordo sulla produzione di greggio”. Il ministro russo Novak ha quindi dichiarato che potrebbero esserci misure concordate tra Russia e Opec. Ma, ha sostenuto allo stesso tempo Novak, Moscapuò aumentare la produzione sia a breve che a lungo termine, rispettivamente di 300mila e 500mila barili”: à la guerre comme à la guerre.

Se i paesi produttori non troveranno un’intesa, non saranno solo gli americani a farne le spese. Una guerra prolungata tra superproduttori affogherebbe i mercati in un mare di petrolio, malgrado le previsioni dicano che la domanda globale di greggio quest’anno potrebbe contrarsi, per la prima volta dal 2009. In questa situazione, una svolta positiva potrebbe arrivare dalla Cina. Se Pechino confermerà i dati sulla progressiva diminuzione dei casi di contagio da Covid-19, il lento ritorno ad una normalità economica e produttiva seguirebbe a stretto giro. Sarebbe un segnale di speranza, e non solo per i mercati. Nel frattempo, il calo dei prezzi andrà almeno a parziale vantaggio di quei paesi che importano petrolio: una magra consolazione in un periodo di difficoltà economica.

RED

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