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Azerbaijan

Published on marzo 15th, 2019 | by Eurasia News

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L’associazione Gioventù italo-azerbaigiana rivolge un appello ai parlamentari italiani per riconsiderare un viaggio in Armenia

In vista di un viaggio in Armenia  a cui dovrebbe partecipare un gruppo di parlamentari italiani tra il 4 e il 9 aprile, l’Associazione di Amicizia italo azerbaigiana ha deciso di rivolgersi direttamente ai parlamentari coinvolti per invitarli a riconsiderare l’opportunità della visita. Nella lettera, i giovani azerbaigiani mettono in risalto la situazione esistente in Armenia e il perpetuarsi del conflitto del Nagorno Karabakh tra Armenia ed Azerbaigian, causato dall’occupazione militare da parte dell’Armenia da oltre 25 anni di circa il 20% del territorio azerbaigiano.

La lunga lettera, a firma del Presidente e del Vicepresidente dell’Associazione, offre uno spaccato interessante sulla situazione politico-sociale in Armenia e sui rapporti tra i due stati.

Testo della missiva:

“Le scriviamo dopo aver appreso dell’organizzazione di una visita in Armenia dal 4 al 9 aprile 2019, a cui è stato invitato a partecipare.

Riteniamo doveroso informarLa dell’aggressione militare dell’Armenia contro l’Azerbaigian, che è in corso da oltre 25 anni, e della situazione che attualmente regna in Armenia.

Il conflitto del Nagorno Karabakh tra Armenia e Azerbaigian è sorto a causa delle rivendicazioni territoriali dell’Armenia contro il nostro Paese. Alla base delle rivendicazioni armene c’è il fine di realizzare il mito della Grande Armenia, a spese dei paesi vicini. L’Armenia non ha infatti rivendicazioni territoriali solo contro l’Azerbaigian, ma anche contro tutti gli altri paesi confinanti. Nel 1988 l’Armenia ha avviato le sue rivendicazioni territoriali contro l’Azerbaigian per la regione del Nagorno Karabakh dell’Azerbaigian. Occorre sottolineare che contemporaneamente tutti gli azerbaigiani (oltre 250 mila) che vivevano in Armenia sono stati deportati dalle loro terre natali.

Vorremmo informarLa che il Nagorno Karabakh è la parte montuosa del Karabakh, territorio storico dell’Azerbaigian. Il nome deriva da due parole azerbaigiane: “qara” – nero e “bag” – giardino. Questa regione, fin dai tempi antichi fino all’occupazione dell’Impero zarista, all’inizio del 1800, faceva parte di diversi stati azerbaigiani, per ultimo il Khanato del Karabakh. Nel 1805 fu firmato il Trattato di Kurakchay tra Ibrahium Khan, Khan del Karabakh e Sisianov, rappresentante dell’Impero russo. Il Trattato prevedeva il passaggio all’Impero russo del khanato del Karabakh. Non tutti sanno che nel 1978 fu eretto un monumento in Karabakh a riprova del 150mo anniversario dell’arrivo degli armeni nella zona, distrutto volontariamente dagli stessi armeni a seguito del conflitto. Questo perché solo alla firma del trattato di Turkmanchay, al termine della guerra tra Russia e Iran (1826-1828), seguì un massiccio trasferimento di armeni nei territori azerbaigiani, in particolare nel Karabakh, con un notevole aumento poi nel corso della prima guerra mondiale.

Ricordiamo che il 28 maggio 1918 fu proclamata la Repubblica Democratica dell’Azerbaigian e l’Assemblea Nazionale Armena del Nagorno Karabakh ha riconosciuto ufficialmente l’autorità dell’Azerbaigian. Il 28 aprile 1920 la Repubblica Democratica dell’Azerbaigian venne occupata dall’armata rossa e fu creata la Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian. Il Bureau Caucasico del Comitato Centrale del Partito Bolscevico decise di mantenere il Nagorno Karabakh all’interno della RSS dell’Azerbaigian, il 5 luglio 1921, non di “trasferirlo” o “assoggettarlo” alla normativa azerbaigiana, come tipicamente viene affermato dalle fonti armene. Il 7 luglio 1923, il Comitato Esecutivo Centrale della RSS dell’Azerbaigian emanò un Decreto “Sulla formazione della Provincia Autonoma del Nagorno Karabakh” (NKAO). I confini amministrativi della Provincia vennero definiti in modo che gli armeni ne rappresentassero la maggioranza.

Quindi le radici del conflitto sono da ricercare nel trasferimento degli armeni nei territori azerbaigiani, oltre che nella decisione di creare una provincia autonoma nella parte montuosa della regione del Karabakh dell’Azerbaigian nell’epoca sovietica. La conseguenza del conflitto è che oggi l’Armenia occupa il 20% dei territori dell’Azerbaigian, incluso il Nagorno Karabakh e i sette distretti adiacenti, avendo commesso una pulizia etnica contro un milione di azerbaigiani diventati rifugiati e profughi, il che fa dell’Azerbaigian il Paese con la più alta percentuale di profughi e rifugiati sul totale della popolazione.

Tutti i monumenti storici azerbaigiani presenti nell’area sono stati distrutti dall’esercito dell’Armenia, che ha anche violato gravemente il diritto internazionale umanitario commettendo numerosi crimini di guerra, tra cui il genocidio di Khojaly, uno degli eventi simbolo della ferocia armena. Tale tragedia è stata ricordata solo qualche giorno fa: nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992, venne commesso un genocidio contro civili azerbaigiani da parte delle forze militari dell’Armenia, con l’uccisione di 613 persone, incluse donne, bambini e anziani, nella città di Khojaly. Lo scorso 26 febbraio, presso la Sala della Lupa della Camera dei Deputati, durante la presentazione del libro “Un tassista a Baku”, è stato molto doloroso e scioccante per tutti noi ascoltare la testimonianza di Durdana Agayeva, sopravvissuta al genocidio stesso.

Esistono molti documenti internazionali, come noto, comprese quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedono il ritiro dell’Armenia dai territori occupati dell’Azerbaigian e il ritorno dei profughi azerbaigiani alle loro terre, che sono state ripetutamente e costantemente ignorate. L’obiettivo dell’Armenia è mantenere lo status quo, e per questo continua ad organizzare provocazioni e sabotaggi lungo la linea di contatto.

L’Armenia tenta di coprire la sua aggressione contro il nostro paese utilizzando il principio di autodeterminazione. Ma occorre sottolineare che il principio di autodeterminazione si riferisce ad un popolo ed il popolo armeno già ha esercitato questo diritto creando lo stato dell’Armenia. Invece non esiste un popolo del Nagorno Karabakh, poiché prima del conflitto nell’area risiedeva una popolazione costituita da abitanti di origine armena ed azerbaigiana e l’esercito dell’Armenia ha espulso totalmente gli azerbaigiani dalla regione. Solo dopo il ritorno degli azerbaigiani in questa regione, si potrebbe considerare un’autonomia per la regione, sempre all’interno dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian, come previsto dai numerosi documenti delle organizzazioni internazionali, il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite e l’Atto finale di Helsinki.

L’Azerbaigian ha più volte sottolineato come la soluzione del conflitto non può prescindere dal ritiro delle forze armate dell’Armenia dai territori occupati, la cui presenza è il maggiore ostacolo alla soluzione del conflitto.

Questo conflitto ha causato difficili condizioni economiche e sociali in Armenia, che è rimasta esclusa da tutti i progetti strategici che rappresentano oggi il benessere e l’integrazione nella regione. La povertà in Armenia ha causato l’emigrazione verso l’estero di quasi il 50% della popolazione di questo paese, mossi dalla speranza di trovare una vita migliore.

Nell’aprile 2018 le difficoltà socio-economiche hanno istigato disordini e proteste su vasta scala in Armenia.

Nikol Pashinyan ha trascinato in piazza numerosi cittadini per chiedere al primo ministro Serž Azati Sargsyan di dimettersi, rimproverandogli il dilagare di povertà e corruzione e il predomino dell’oligarchia. Le proteste hanno portato alle dimissioni di Serj Sakisyan e alla conquista del potere politico per Nikol Pashinyan.

L’Armenia continua a fornire false informazioni alla comunità internazionale, nel tentativo di descriversi come una democrazia. La stessa composizione dell’attuale parlamento armeno non rispecchia la rappresentanza democratica, ma riflette il monopolio assoluto del partito del primo ministro Nikol Pashinyan e il suo unico esclusivo volere. Invece di fare un passo verso la pace nel contesto del conflitto tra Armenia ed Azerbaigian, l’attuale governo armeno dimostra costantemente di non avere intenzione di giungere ad una soluzione pacifica del conflitto.

La stessa  situazione dei diritti umani in Armenia è preoccupante. Il 28 gennaio Mher Yeghiazaryan, dissidente politico, giornalista, dirigente dell’agenzia di informazione web “haynews.am“ e vicepresidente di una formazione politica dell’opposizione, è morto in prigione dopo quasi due mesi di sciopero della fame. Vazgen Yeghiazaryan, figlio di Mher, ha inviato una lettera pubblica al primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, chiedendo giustizia e incriminando le istituzioni per quanto avvenuto. “Nikol Pashinyan, probabilmente non sapremo mai quale sia il suo coinvolgimento in questo atto criminale, ma vorrei che sua moglie e suo figlio vivessero sulla loro pelle tutte quelle esperienze e angosce che ho vissuto con mio fratello e mia madre. Ricordi che gli esecutori non le obbediscono per fedeltà, ma obbediscono alla sua posizione, alla sua sedia, oggi questa è la sua sedia, ma domani…”, riporta la lettera di Vazgen Yeghiazaryan. Il giornale on-line armeno “armenianreport.com” ha evidenziato e denunciato quanto avvenuto come omicidio politico. “Così si presenta il servizio penitenziario della nuova Armenia, che non ha nulla di diverso dalle simili strutture della vecchia oligarchica e criminale Armenia. “Rivoluzione”, “Nuova Armenia”, “La situazione è cambiata”, tali espressioni sono solo stereotipi. La situazione è tale che in Armenia le abitudini precedenti continuano a prevalere, insieme a corruzione e arbitrarietà”, scrive la testata.

Nonostante il fatto che sia passato meno di un anno dal cambiamento politico in Armenia, nella società civile si sta formando l’opinione che quanto avvenuto sia un tradimento delle aspettative riposte nel nuovo governo armeno e nel prossimo futuro si aspettano nuove proteste dei cittadini, che non stanno sperimentando nessun miglioramento nelle condizioni di vita sociale ed economica.

Quanto prima il regime dell’Armenia riconoscerà i suoi errori e cambierà politica verso i suoi vicini, tanto prima ci saranno vantaggi per l’immagine stessa dell’Armenia di fronte alla comunità internazionale e per il benessere del suo popolo. E’ chiaro che senza la soluzione del conflitto non si prospetta un futuro positivo per l’Armenia in termini di miglioramento della situazione socio-economica, che è stata la principale promessa di Pashinyan al suo popolo durante le manifestazioni che hanno portato alla caduta del regime di Sargsyan.

L’Azerbaigian rappresenta un modello di multiculturalismo, in cui le varie religioni ed etnie coesistono pacificamente da molti secoli, con uguali diritti e garanzie. Tale modello è molto apprezzato dalla comunità internazionale.

Il nostro paese da molti anni è sede di eventi per promuovere il dialogo interculturale. Tale caratteristica dell’Azerbaigian è testimoniata anche dal fatto che i rapporti con il mondo cristiano sono ottimi, nel Caucaso le più antiche chiese cristiane si trovano proprio in Azerbaigian e le relazioni anche con la chiesa cattolica sono privilegiate. Vorremmo menzionare che a seguito della visita di Giovanni Paolo II in Azerbaigian, nel 2002, fu donato alla comunità cattolica un terreno che ha permesso l’edificazione, con l’aiuto finanziario del governo azerbaigiano, dell’unica chiesa cattolica in tutto il Caucaso, dove Papa  Francesco ha celebrato messa durante la sua visita del 2016 a Baku. L’Azerbaigian contribuisce inoltre alla salvaguardia del patrimonio del mondo cristiano e ha finanziato il rifacimento di numerosi luoghi sacri, incluse le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro a Roma.

Ciò espresso, a nome di più di 1 milione di profughi e rifugiati azerbaigiani, vittime dell’Armenia, e di migliaia di studenti azerbaigiani in Italia, Le chiediamo di riconsiderare la sua visita del prossimo mese di aprile.

Cordiali saluti,

Presidente dell’Associazione Farid Abbasov

Vice Presidente dell’Associazione Emin Rustamov

 

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