Africa

Published on gennaio 20th, 2019 | by Eurasia News

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L’INCREDIBILE PROSPETTIVA DI CRESCITA DELL’ECONOMIA AFRICANA

Roma – “Italiani, venite in Africa che ci sono tante opportunità di lavoro”. Provocazione o realtà che nessuno sinora ha voluto approfondire? Ciò che ha dichiarato il professor Martin Nkafu Nkemnkia, Direttore del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali – Area Internazionale di Ricerca, Sviluppo e Cultura Africana della Pontificia Università Lateranense di Roma, durante un convegno sulla protesta dei gilet gialli che stanno mettendo a ferro e fuoco la Francia, tenutosi nei giorni scorsi nella capitale, apparentemente può sembrare assurdo e fuori luogo. In realtà però potrebbe celare una verità di cui si parla poco o nulla, quando le cronache quotidiane si riempiono di storie di ordinaria disperazione che vedono protagonisti migranti che provengono dal continente nero.

Lo stesso docente ha rilanciato ulteriormente confermando che gli italiani sono i benvenuti perché sono amici e vogliamo dare ai vostri giovani l’opportunità di fare esperienza, lavorando in Africa invece di starsene fermi, senza fare niente. Il mio dipartimento – ha poi proseguito – attualmente sta elaborando una serie di progetti che riguardano la cooperazione con l’Italia perché posso assicurarvi che nei nostri paesi ci sono tante possibilità di occupazione. Una visione dunque completamente rovesciata rispetto a quella che è sempre stata la nostra opinione in merito alle condizioni di vita nel “Continente Nero” che immaginiamo difficilissime e senza alcun tipo di prospettive.

I paesi africani come ad esempio la Nigeria e tanti altri sono pieni, zeppi di risorse: petrolio, oro, diamanti solo per citare le più importanti…..eppure ogni anno, da quei paesi scappano migliaia di giovani in cerca di fortuna in un’Europa che non è affatto in grado di accoglierli, vista l’attuale congiuntura economica

Evidente che dietro a questa impressionante spinta di persone, ci siano forze esterne e personaggi senza scrupoli che allestiscono rischiosissimi viaggi della speranza che spesso e volentieri si trasformano purtroppo in tragedie di cui faremmo volentieri a meno, come quelle accadute negli ultimi giorni. Ma non solo, perché una volta sbarcati con lo status di clandestini non sappiamo l’identità di questi disperati, e quanti di loro effettivamente riescono poi ad integrarsi. Con conseguenze facilmente immaginabili, visto e considerato che poi è assai probabile che possano commettere atti delinquenziali di vario genere, o essere assoldati quale nuova manovalanza dalle nostre organizzazioni criminali.

Ma come stanno realmente le cose? Secondo l’African Economic Outlook (AEO) del 2019 redatto dall’African Development Bank Group  che si occupa delle prospettive macroeconomiche e di sviluppo nel continente africano il tasso di crescita del PIL nel 2018 è stimato attorno al 3,5%, con un trend che sarà confermato anche per quest’anno appena iniziato (4%) e per il prossimo (4.1%) grazie ad una lieve ripresa dei prezzi delle materie prime, unita ad una maggiore stabilità macroeconomica. Nonostante ciò – si legge nel rapporto – questa performance di crescita non è ancora sufficiente per affrontare le sfide della trasformazione strutturale. Riequilibrio delle importazioni e maggiore utilizzo dei beni strumentali sono fondamentali affinché i paesi africani possano beneficiare delle economie di scala e di scopo, sfruttare i trasferimenti di conoscenze e promuovere la trasformazione strutturale. Sono inoltre necessarie profonde riforme nella gestione delle finanze pubbliche per migliorare la mobilitazione delle entrate ed alleviare la vulnerabilità del debito”. L’Africa dispone di enormi risorse, e può offrire ottime opportunità lavorative soprattutto nel settore manifatturiero che è quello dotato di maggiore produttività. “Tuttavia ciò non si realizzerebbe – prosegue l’AEO – se i vincoli a svolgere attività quali scarsa governance, scarsa qualità istituzionale ed infrastrutture inadeguate continuassero a limitare la sopravvivenza ed il dinamismo, così come attestano i circa 1-1,3 milioni di posti di lavoro persi ogni anno (circa il 2% di nuova forza lavoro). Sarà perciò necessario rilanciare l’industrializzazione dell’Africa, in particolare attraverso politiche industriali regionali, per trarre beneficio dagli effetti delle esternalità e degli agglomerati. L’accordo di libero scambio continentali (CFTA) può offrire sostanziali vantaggi a tutti i paesi africani. Ad esempio, un primo scenario in cui vengono eliminate le attuali tariffe bilaterali applicate porterebbe ad un guadagno stimato di 2,8 miliardi di dollari di reddito reale, oltre che aumentare il commercio intra-africano del 15%. Così come, la rimozione di ostacoli non chiari potrebbe far aumentare i guadagni totali in termini di reddito reale di ulteriori 37 miliardi di dollari e gli scambi intra-africani del 107,2%. Attuando l’accordo di facilitazione degli scambi (TFA) introdotto dall’Organizzazione Mondiale del Commercio i ricavi sarebbero di circa 100 miliardi di dollari, e si incrementerebbero gli scambi intra-africani del 132,7%. Occorre compiere – conclude il rapporto – ulteriori passi in avanti in materia di norme di origine, libera circolazione delle persone, quadri di governance finanziaria e beni pubblici regionali, fra cui le infrastrutture, affinché possa essere raggiunto un profondo livello di integrazione”.

Aspetto quest’ultimo, quello della mancanza di infrastrutture, sottolineato anche dall’analisi effettuata dalla Banca Mondiale, secondo cui, la mancanza di efficienza riduce del 2,6% il tasso di crescita pro-capite medio in Africa e mette a dura prova lo sviluppo umano. Secondo la società finanziaria sudafricana Rand Merchant Bank (RMB), “occorrerebbero fra i 130 ed i 170 miliardi di dollari ogni anno di infrastrutture, ma il capitale disponibile è insufficiente per raggiungere tale obiettivo. La buona notizia, però, è che questo deficit rappresenta una grossa opportunità per le imprese coinvolte nello sviluppo o nel finanziamento di progetti infrastrutturali”.

Per quanto riguarda i luoghi in cui gli investimenti risultano essere più attrattivi, la società finanziaria RMB  ha considerato due condizioni importanti per quelli fattibili, ovvero l’attività economica e l’ambiente operativo.

Mentre ci sono stati cambiamenti nella Top 10 di quest’anno, i primi 3 paesi dello scorso anno (Egitto, Sudafrica e Marocco nda) hanno mantenuto intatte le proprie posizioni in termini di attività degli investimenti. Il paese dei faraoni, in particolare, ha confermato di essere il più grande mercato africano in termini di PIL risultando essere il mercato di consumo di riferimento per il Medio Oriente ed il Nord Africa. Questo grazie ad un’economia diversificata che riceve ingenti quantità di investimenti esteri diretti.

Anche il Sudafrica ha mantenuto la propria posizione, ed è il secondo stato in termini di attrattività degli investimenti grazie agli sforzi intrapresi dal Presidente Ramaphosa per costruire progetti di investimenti esteri e nazionali da circa 100 miliardi di dollari, anche se la moderata crescita e le imminenti elezioni hanno creato divergenze fra i partiti politici, il che ostacola il processo decisionale. Sul gradino più basso del podio, troviamo il Marocco accreditato di una prospettiva di crescita a medio termine del 4% grazie anche alle profonde riforme istituzionali degli ultimi anni, dal reinserimento nell’Unione Africana ed all’adesione alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale.

Per quanto riguarda gli paesi del continente nero, si prevede che nel 2019 ben undici paesi africani cresceranno oltre il 6%, ed in particolare un focus particolare va senz’altro attribuito all’Etiopia la cui stima di crescita è di un 8,2% medio nei prossimi sei anni. Il robusto slancio è sostenuto da migliori politiche macroeconomiche e da maggiori investimenti pubblici nelle industrie locali e nel capitale umano. Gli investimenti privati continuano ad aumentare, dopo la risoluzione del lungo conflitto con l’Eritrea.

Altri sovraperformatori – e per ragioni analoghe all’Etiopia – sono il Ruanda e la Costa d’Avorio. Alcuni settori offrono opportunità per prospettive di crescita a lungo termine. Le risorse continueranno a svolgere un ruolo di primo piano quando si tratta di attrarre fondi, in particolare idrocarburi, materie prime e metalli preziosi. Ma non solo. Anche il settore agricolo, è destinato a diventare un obiettivo di investimento più allettante man mano che si incrementano l’agro-trasformazione e la domanda alimentare globale.

Le maggiori criticità si riscontrano invece sotto il profilo dell’opportunità di fare impresa e sulla gestione della fiscalità.

Dal punto di vista fiscale, la RMB identifica anche altre opportunità di crescita: l’Africa ha bassi livelli di raccolta delle entrate e l’FMI stima che l’Africa sub-sahariana potrebbe potenzialmente rastrellare dal 3 al 5% del PIL in più, sotto forma di gettito tributario, migliorando i sistemi di raccolta ed ampliando la rete fiscale. Gli investimenti privati sono ancora bassi e potrebbero essere incrementati attraverso serie riforme dell’ambiente imprenditoriale, maggiori infrastrutture, sviluppo del mercato finanziario ed aperture commerciali. Sebbene vi siano stati dei leggeri miglioramenti rispetto al passato, l’accesso a finanziamenti, corruzione, governance debole e infrastrutture inefficienti ed inadeguate restano fattori problematici per fare affari in Africa.

Ricordiamo, infine, che sette paesi (Costa d’Avorio, Ghana, Kenya, Nigeria, Sudafrica, Tanzania e Zambia) da alcuni anni sono entrati di diritto nella lista delle economie emergenti del pianeta grazie all’incredibile abbondanza di materie prime di cui dispongono.

Alla luce di quanto appena evidenziato, viene a questo punto spontaneo chiedersi come sia possibile che con tutte queste enormi ricchezze e le potenzialità di crescita che pure gli sono riconosciute, l’Africa non riesca ad avere uno sviluppo economico definitivo che apra nuove opportunità lavorative non solo per i propri abitanti, ma anche per chi proviene da altri paesi. Si è tanto parlato e discusso della globalizzazione e della libertà di potersi spostare, ma una cosa che è stata scarsamente affrontata riguarda le opportunità presenti in luoghi che la vulgata descrive in preda a dittatori, guerre civili e malattie stante la secolare assenza di strutture legate alla sanità ed all’istruzione che permettano accettabili standard di vivibilità per tutti.

È un dato di fatto inconfutabile che potenze come la Cina, presenti in quei paesi già da diversi anni, stiano solo badando a sfruttarli senza minimamente preoccuparsi dei diritti umani (non lo fanno in casa propria con i tibetani o Hong Kong, figurati se si preoccupano di farlo altrove) o – e sarebbe forse la soluzione migliore per arginare finalmente un freno concreto alle imponenti e massicce ondate migratorie cui stiamo assistendo ormai da un decennio – di formare ed istruire al lavoro i giovani africani.

Sarebbe quindi il caso di ridefinire il rapporto con questo immenso continente in un modo totalmente diverso, partendo dall’assunto che semmai i paesi industrializzati dovrebbero pensare innanzitutto a fornire programmi di istruzione e formazione per la manodopera autoctona esportando magari non più armi e ricevendo in cambio droga e disperati. Bensì, prodotti tecnologicamente avanzati e di ottima qualità, una volta che gli africani avranno appreso le tecniche produttive e creato le condizioni affinché sviluppo e benessere finalmente permettano loro di poter essere padroni in casa propria.

In un’ottica davvero collaborativa e di scambio etico e proficuo, con il resto del mondo. Sono stati esportati merci, soldi e persone, ma non il know-how per permettere ai paesi più poveri del pianeta di realizzare quel salto di qualità che, colpevolmente, gli è stato negato dalla vicina Europa così come insegna la storia, quando ci ha raccontato della piaga del colonialismo che ha inibito ogni forma di sviluppo per i paesi africani, inducendoli allo schiavismo ed alla sottomissione. Un sogno che potrebbe trasformarsi in realtà, ma dipende innanzitutto dalle nostre scelte e dalla nostra capacità di non continuare a considerare questo continente cui ci separa solo un braccio di mare, come un qualcosa di brutto ed indesiderato, solo perché i media continuano a raccontarci la storia che non esistono prospettive di sviluppo ed un futuro dignitoso per quelle popolazioni. Vuoi vedere che paradossalmente potrebbero aprirsi delle opportunità inaspettate anche per i nostri giovani e che la soluzione per un problema che rischia di far scoppiare una guerra fra poveri indesiderata e dalle imprevedibili conseguenze, sia più a portata di mano di quello che immaginiamo? Sembra assurdo, a parlarne in questi termini ma se solo iniziassimo a ragionare in maniera lucida e razionale, non dovremmo scartare a priori questa possibilità.

Si tratta – come avrete potuto capire – di un tema molto interessante, sul quale promettiamo di tornarci molto presto per un dovuto approfondimento, visto e considerato che di questo aspetto si sa poco o nulla.

Francesco Montanino

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