Management

Published on ottobre 14th, 2018 | by Eurasia News

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Il Risk Management e il trasferimento al mercato assicurativo

di  Antonio Coviello e Giovanni Di Trapanidav

Abstract

Il presente lavoro intende approfondire la tematica del  crisis management con l’obiettivo di fornire metodologie e tecniche atte a fronteggiare e ridurre l’impatto economico degli eventi sfavorevoli. La valutazione e la misurazione dell’entità dei rischi è un momento essenziale per prendere decisioni corrette circa le contromisure da adottare. Notoriamente l’entità del rischio dipende dalla frequenza di accadimento e della severità delle conseguenze che l’evento provocherebbe materializzandosi. La combinazione delle due variabili ha come risultato la valorizzazione dell’entità della perdita e, di conseguenza, la quantificazione della possibile Risk-Manager-Imcesposizione finanziaria. La gestione di un rischio non può limitarsi alla sua identificazione e misurazione, ma anche al suo trattamento; il riferimento al concetto di assicurabilità che si proporne di fornire metodologie e tecniche atte a fronteggiare, con i minori danni possibili, gli eventi sfavorevoli con rapidità ed efficacia. Il moltiplicarsi delle problematiche di sicurezza impone gli Stati a concentrarsi sia sul contenimento del rischio (mediante adeguate analisi ed il progressivo miglioramento dei sistemi e delle procedure di sicurezza), sia sulla gestione finanziaria delle esposizione (mediante una più efficace programmazione delle risorse destinate alle coperture dei rischi).

PREMESSA

Il risk management all’interno di una organizzazione dovrebbe essere parte integrante sia della tecnologia che della gestione. In questa ottica “la sfida del risk management è di imparare a vivere con l’incertezza, così che  il rischio possa essere uno stimolo accettabile piuttosto che una inaccettabile minaccia”.[1]

Il ruolo del risk management nella società, pertanto, è di aiutare gli individui e le imprese  a convivere con l’incertezza in modo produttivo e prudente. Di qui la recente enucleazione di una nuova scienza: la “chindinica” (dal greco kindunos=pericolo), la scienza del pericolo che intende spiegare il comportamento umano di fronte alle situazioni di pericolo attraverso l’emergere di un certo numero di regolarità, che sembrano apparire là dove il pericolo si manifesta.[2]  Essa si propone di conoscere, comprendere e rappresentare i differenti aspetti del pericolo.[3]

Ovviamente va da sé che, così come è stato ribadito da diversi studiosi della materia, la gestione di un rischio non crisis management - riskpuò limitarsi alla sua identificazione e misurazione, ma anche al suo trattamento. Al risk manager, invece, competerà la gestione strategica ed operativa dei rischi puri e tutte quelle attività di supporto alle altre funzioni aziendali in relazione ai più generali rischi imprenditoriali [4]. Infatti la mancata sinergia tra dirigenti-responsabili di altre funzioni aziendali provocherebbe effetti negativi quali una mancata strategia complessiva nei riguardi dei rischi, indispensabile a garantire la protezione dell’organizzazione degli eventi sfavorevoli.[5]

Qualsiasi sistema funzionante per ottenere un qualche futuro risultato è per definizione in una situazione di incertezza, anche se le differenti situazioni sono caratterizzate da differenti livelli di rischio, incertezza e perfino indeterminazioni.[6] Rischio ed incertezza sono parte della condizione umana, e la razionalità sta nel controllare e ridurre essi a livelli accettabili e gestibili in determinate situazioni, e non tanto di evitare il rischio ed eliminare l’incertezza.

1)      Crisis management ed “assicurabilità” dei rischi

La natura molto sistemica dell’economia moderna ed i crescenti livelli di complessità degli sviluppi tecnologici richiedono una sempre più approfondita conoscenza economica ed il controllo della crescente vulnerabilità di questi sistemi. Paradossalmente la vulnerabilità  cresce al crescere delle prestazioni delle moderne tecnologie e della qualità; infatti errori ed incidenti di gestione accadono sì in misura minore (in quanto ridotti numericamente grazie al migliorare della tecnologia), ma i loro effetti hanno adesso conseguenze sistemiche più costose.[7]

settore-assicurativoLa nozione di vulnerabilità ha rilevanza anche in riferimento alla nozione di efficienza; infatti la vulnerabilità è un fattore che influenza la produttività reale dell’economia industriale: il rischio è divenuto sempre più concentrato ai livelli in cui la vulnerabilità è tale che la totale incertezza dei processi economici cresce.[8]

Dal punto di vista della gestione dei rischi (anche per ben chiarire la funzione dello Stato per i suoi interventi diretti per alcune tipologie di rischio), appare opportuno fare riferimento al concetto di assicurabilità. Tale espressione si traduce essenzialmente nella possibilità di gestire razionalmente il rischio di tipo puro.[9]  L’assicurabilità, quindi, è connessa con il fatto che le caratteristiche peculiari del rischio (frequenza e gravità) si compongano in maniera tale che il rischio possa essere prevedibile ed economicamente gestibile all’interno di un ragionevole livello di confidenza probalistica.[10]

Alla luce di ciò è possibile comprendere il perché molte imprese hanno preso coscienza del fatto  che alla base del successo non basta la semplice gestione operativa e strategica delle variabili competitive (clienti, fornitori, concorrenti)[11], ma anche la capacità di tutelare le risorse materiali (prodotti finiti, immobili, macchinari, ecc.) e immateriali (marchi, immagine, ecc.), essenziali per il normale svolgimento delle attività di produzione di beni ed erogazione di servizi.[12]

Pertanto, eventi di origine naturale (quali terremoti, alluvioni, incendi e così via), unitamente ad eventi di origine umana, siano essi colposi o dolosi, nel manifestarsi improvvisamente possono seriamente compromettere il patrimonio aziendale, fino al limite estremo di provocare il fallimento dell’impresa stessa.

Al fine di analizzare tali fenomeni, inserito nel più vasto ambito della protezione aziendale, si va sempre più Risk-Management (1)diffondendo la tecnica del crisis management[13], che ha come obiettivo quello di fornire metodologie e tecniche atte a fronteggiare gli eventi sfavorevoli con rapidità ed efficacia e con i minori danni possibili.[14]

In tal senso la definizione di crisi è correlata a forti elementi di soggettività: solo se un determinato fenomeno avrà  quelle caratteristiche tipiche (individuate da Hermann) della minaccia (intesa come un fenomeno capace di ostacolare la mission aziendale), del tempo (le decisioni da prendere per affrontare la situazione dovranno essere rapide, pena la perdita totale del controllo), e della sorpresa (l’effetto creato dall’evento provocherà una sensazione di smarrimento del management),  si potrà parlare di crisis management tale da rendersi necessarie talune operazioni indispensabili, quali  l’individuazione delle dinamiche di accadimento della crisi stessa, isolare i meccanismi causali che caratterizzano tale situazione ed indicare gli strumenti che consentono la soluzione ottimale.[15]

Ne consegue, allora, che la protezione aziendale comprende tutta una serie di attività mirate a prevenire, fronteggiare e ripristinare i beni oggetto di eventi dannosi (in tal caso, rispettivamente, si parlerà di attività anticipatorie, contestuali e susseguenti[16]), nel minor tempo possibile.

Secondo la consuetudinaria terminologia assicurativa, è possibile suddividere i danni subiti  in danni diretti, intendendo quelli di prevalente natura patrimoniale, visibili e valutabili (es. i danni provocati a fabbricati, macchinari, merci, ecc.);  danni indiretti, spesso di natura reddituale che derivano dalla riduzione (parziale o totale) dell’attività operativa, che colpiscono il più delle volte la produzione e, quindi, il profitto (es. spese supplementari); danni indotti che, a differenza dei danni diretti, sono poco visibili e difficilmente valutabili, e afferiscono ad esempio alla perdita di quota di mercato o di immagine o di opportunità,  causa i danni subiti.  Infine, i  danni consequenziali[17], consistenti negli effetti permanenti anche dopo il ripristino delle attività.

davAttraverso il giusto impiego di risorse umane e finanziarie atte a progettare ed attuare azioni di prevenzione, con l’attività della protezione aziendale e, nel suo ambito, del risk management si cerca di anticipare l’avvenimento dannoso; ovviamente, la vastità delle minacce a cui è soggetta l’impresa non consente una completa eliminazione dei rischi che incombono su di essa, poiché economicamente troppo oneroso. Il giusto mix di combinazioni a disposizione del management aziendale, comprese tra l’eliminazione del rischio e la sua completa assunzione,  consente, invece, scelte intermedie, tra cui il trasferimento a terzi, la riduzione delle sua entità ed, infine, il ricorso alle coperture assicurative, sempre più richieste dalle imprese a seguito dei sempre crescenti rischi che incombono sulle imprese, e divenuti oramai di difficile assunzione anche da parte delle compagnie assicuratrici.

Nonostante ancora inadeguatamente valutato al livello dell’analisi economica in un economia di servizio, il richiamo è rivolto a quelle vulnerabilità “inassicurabili”, che siano sociali o legate all’ambiente o a ogni altro tipo di attività economica, che ricadono di fatto sulle istituzioni pubbliche o sulla società in generale. Al contrario, tutti i rischi Uraganiragionevolmente assicurabili, sono il campo di riferimento delle istituzioni private. Le politiche che trasformano i rischi inassicurabili in assicurabili, rinforzano sia la funzione economica dello stato che quella promossa dagli enti privati, ed in questa prospettiva esiste un grande spazio di complementarità fra le due funzioni[18].

Il mercato assicurativo, allora, deve attrezzarsi non solo alla gestione del rischio, ma per reggere alle innovazioni che stanno per essere introdotte nella legislazione comunitaria (in termini di redazione dei bilanci, di regolamentazione dei conglomerati finanziari, di intermediazione assicurativa, di solvibilità), è necessario identificare e realizzare modelli di gestione integrata dei rischi[19].

  • Le misure di prevenzione e protezione dei rischi

Sempre più spesso si assiste a casi in cui drammatici eventi colpiscono improvvisamente ed inaspettatamente le aziende, producendo inevitabilmente non solo ingenti perdite economiche, ma ripercussioni nell’immagine pubblica.

Oggi, infatti, non è più possibile parlare semplicisticamente di “causa di forza maggiore”. Se si pensa agli avvenimenti che possono cagionare danno alle aziende, si rileva che questi hanno distinte connotazioni che meritano approfondimenti per consentire una loro efficace prevenzione.

Nella esperienza comune, non si trovano mai situazioni chiaramente positive o negative; il più delle volte si trovano delle situazioni intermedie, che per fattori esterni o per azioni interne possono rapidamente trasformarsi in vantaggi o svantaggi. Dipende, quindi, in parte dalle circostanze ma ancora di più dalla conoscenza, dalla preparazione e dall’applicazione, ciò rappresenta uno dei motivi fondamentali per chi si occupa di risk management: conoscere in modo preventivo i rischi e le possibilità su cui lavorare. Senza la conoscenza del rischio non c’è possibilità di preparare o di adottare azioni correttive migliorative.

Generalmente l’attività di conoscenza e di analisi del rischio coincide con la definizione di valutazione del rischio (già descritta in precedenza). In particolare, ciò è rappresentato da un processo continuo di miglioramento, al pari di un procedimento di qualità, dato che nel tempo i fattori esterni o interni di rischio possono cambiare o presentarsi in forme impreviste.

Se la conoscenza del rischio ci permette di capire quali comportamenti evitare, il comportamento successivo, quello che si svolge nell’azione, è un fattore fondamentale di successo o di insuccesso.

Questo aspetto successivo di approccio al rischio è influenzato da diversi comportamenti, ma anche da fattori ambientali, dai “valori”[20] in gioco e dalla propensione a sostenere perdite di beni (siano essi nostri o di altri), che potremmo essere costretti a rimborsare a causa del nostro comportamento non particolarmente attento. Quella che in condizioni favorevoli ci sembra una grande possibilità, che vale il rischio, può trasformarsi allora rapidamente in un disastro.

Uno dei fattori determinanti nella crescita, allora, è la sempre maggiore importanza della gestione strategica di vertice, che comporta tra l’altro la necessità di garantire agli azionisti un adeguato monitoraggio dei rischi e della loro copertura; di qui la constatazione sulla crescente importanza del risk management in azienda, che comporta inevitabilmente  un utilizzo parallelo di strutture interne e di consulenze esterne. Indubbiamente la tentazione di esternalizzare questa funzione è molto forte per le aziende e l’offerta, in particolare da parte delle grandi aziende globali di brokeraggio assicurativo, è sempre più aggressiva e qualificata. Tuttavia ci sono attività, come la gestione amministrativa delle polizze o la gestione dei sinistri ripetitivi, che possono essere anche affidate a terzi; ma altre, quali ad esempio la decisione su quali rischi debbano essere trasferiti ai mercati assicurativi, in che misura ed in quali forme, non può essere certo demandata a terzi, se non gestita in azienda da professionisti altamente qualificati.

Anche le politiche di prevenzione e la loro successiva gestione, dovrebbero rientrare nelle funzioni aziendali interne all’azienda: nessun terzo potrebbe pensare a soluzioni adeguate senza avere validi interlocutori in azienda. In definitiva, un opportuno mix di gestione strategica interna e di supporto da operatori esterni potrebbe sicuramente rappresentare la strada consigliata per una azienda attenta alle problematiche di risk management[21].

Per meglio comprendere il fenomeno sin qui riportato, è possibile addivenire ad una distinzione tra le attività di protezione e quelle di prevenzione.

Per attività di prevenzione si intendono l’insieme delle opere e azioni volte a evitare o limitare il verificarsi di eventi[22]e quindi dei sinistri[23]  ad essi collegati. L’evento sinistroso si origina da una relazione non proficua tra le parti che sfocia in un conflitto: non sono più presenti, volontariamente, interessi e fini comuni tra le parti (Rischio di non risonanza); le parti[24] adottano, di propria volontà, comportamenti scorretti (Rischio di non etica). La prevenzione si riferisce, quindi, ad un’attività sostanzialmente di consulenza interna, volta ad influire sui comportamenti relazionali dell’impresa, al fine di evitare che attraverso comportamenti non adeguati (propri o della controparte, rischio di non risonanza), o scorretti (propri o della controparte, rischio di non etica), emergano danni all’impresa a seguito del cattivo esito della relazione.

Una oculata gestione del rapporto contrattuale in tutte le sue fasi (consideriamo anche il problema della selezione dell’interlocutore e di come regolamentare il rapporto e di come gestirlo) costituisce una modalità attraverso la quale prevenire i rischi di non risonanza e di non etica.[25]

Per protezione si intende quella serie di attività che si manifestano attraverso azioni concrete, che si avvalgono di strumenti, volte a proteggere l’impresa dagli effetti dannosi che si cagionano a seguito del verificarsi di determinati eventi prevedibili (a cui è possibile associare una probabilità di accadimento) o imprevedibili sui quali (a prescindere dalla prevedibilità) l’impresa non è in grado di influire nel tentativo di evitare nell’accadimento l’emersione del danno. In sostanza sono rischi legati al verificarsi di fenomeni che accadono in un ambiente oggettivamente dato più o meno conoscibile, ma non influenzabile. Esse vengono anche considerate come l’insieme delle opere e azioni volte a limitare l’estensione del sinistro. Tali azioni, quindi, trovano la loro applicabilità quando l’evento non può essere evitato. L’evento sinistrorso non si origina da una relazione non proficua, ma da accadimenti che sono al di fuori della propria sfera di azioni e, quindi, di influenza.

Più in generale, le azioni di protezione vengono suddivise in due grandi famiglie: le opere di protezione passiva e le opere di protezione attiva. Rientrano nella protezione attiva quelle attività che per poter funzionare richiedono una specifica azione, normalmente utilizzante energia elettrica (ad esempio, nel caso di opere protezionistiche antincendio, appartengono a questa categoria gli impianti di estinzione automatica dei fuochi, l’evacuazione dei fumi attraverso attuatori, ecc.). Appartengono invece alla protezione passiva tutte quelle opere che sono comunque presenti e non richiedono alcun altro intervento (nel ricollegarci sempre alle opere protezionistiche antincendio consideriamo, a titolo di esempio,  le strutture resistenti al fumo, la separazione tra zone con carichi di incendio significativi, ecc.). La scelta di una “famiglia” piuttosto che l’altra rileva un particolare atteggiamento nei riguardi della protezione.[26]  La protezione attiva (che, se funzionante correttamente, riduce notevolmente l’ammontare del sinistro in confronto alla protezione passiva) richiede una corretta progettazione ed un’adeguata opera di controllo e manutenzione preventiva, pena l’efficacia della prestazioni  sperate[27].

  • L’attività di controllo dei rischi

Il controllo dei rischi, insieme alla fase relativa alla loro valutazione, costituiscono le fasi più qualificanti dell’intero processo. Per una migliore comprensione di tale fase, prendiamo in considerazione l’esempio precedentemente riportato, riferito alla possibilità di incendio di uno stabilimento industriale.

In tale ipotesi il controllo dei rischi può esplicarsi in tre situazioni differenti[28]:

  • prima del verificarsi dell’evento;
  • durante il verificarsi dell’evento;
  • dopo il verificarsi dell’evento.

Le azioni di controllo dei rischi prima del verificarsi dell’evento sinistrorso sono suddivisibili in due grandi categorie: le opere di prevenzione, che –come si ricorderà- rappresentano l’insieme delle operazioni e azioni volte ad evitare o limitare il verificarsi di eventi. Tra le opere di prevenzione acquistano particolare importanza le “norme comportamentali”, che prevedono comportamenti corretti da parte di coloro svolgono determinate funzioni presso l’impresa. Consideriamo, a titolo di esempio, uno stabilimento che produce alcool etilico. Come è facile desumere, uno dei rischi che maggiormente può influire su uno stabilimento del genere è il pericolo di incendio.

Il problema del controllo e della manutenzione degli impianti di sicurezza gioca un ruolo determinante; infatti gli impianti di sicurezza entrano in funzione solo in via eccezionale e cioè quando si verifica l’evento sinistrorso. In tal caso si verificherà realmente la loro funzionalità e quindi si potrà accertare il loro reale funzionamento. In tal caso l’errore umano potrebbe rendere inoperante l’opera di protezione contro l’incendio dello stabilimento; quindi, laddove non esistano altri rimedi, il corretto comportamento umano  rappresenta l’unica barriera efficace al verificarsi di qualsivoglia sinistro.

La seconda categoria di azioni di controllo prima del verificarsi dell’evento sinistrorso,  si riferisce alle opere di protezione, che rappresentano l’insieme delle  azioni volte a limitare l’estensione del sinistro (e non dell’evento, che non potrà essere evitato).

 Le azione di controllo dei rischi durante il verificarsi dell’evento sinistrorso è, invece, rappresentato dai cosiddetti “piani di emergenza”, che sono costituiti dall’insieme delle azioni che devono essere realizzate, al momento del sinistro, per mettere in salvo -in primo luogo- le persone e, successivamente, i beni dell’impresa. Tali piani devono essere preparati a monte e non durante l’evento sinistrorso; infatti l’individuazione a priori delle azioni opportune da effettuare in caso di incendio può ridurre drasticamente il danno diretto e, soprattutto, il tempo necessario al ripristino delle condizioni esistenti prima del sinistro.

Il piano di emergenza deve essere scritto e indicherà le operazioni da svolgersi in caso di necessità, nonché il nominativo del responsabile di ogni operazione e gli eventuali sostituti.

Le azioni di controllo dei rischi dopo il verificarsi dell’evento sinistrorso, infine, è rappresentato dai cosiddetti “piani di ripristino” che sono rappresentati dall’insieme delle azioni volte a ripristinare la capacità produttiva prima dell’evento sinistrorso.

Le azioni di recupero (prestabilite in anticipo nel piano di ripristino), possono ridurre drasticamente il tempo necessario alla ripresa delle attività imprenditoriali interrotte dal sinistro, anche se bisogna tenere conto che appare sicuramente difficile individuare a priori tutti i sinistri possibili e di conseguenza tutte le eventuali azioni di rimedio.

Per questo motivo  alcuni autori[29] ritengono più efficace la creazione di un Emegency Team, costituito da persone che dovranno conoscere approfonditamente tutte le problematiche connesse alla produzione, l’approvvigionamento e la gestione delle informazioni che, appositamente addestrate a lavorare insieme (anche attraverso simulazioni), saranno in grado di ricercare (al momento del sinistro ed in tempo reale) le soluzioni più idonee per gestire la “crisi”.

Conclusioni

Il crisis management nasce con l’obiettivo di fornire metodologie e tecniche atte a fronteggiare e ridurre l’impatto economico degli eventi sfavorevoli. La valutazione e la misurazione dell’entità dei rischi è un momento essenziale per prendere decisioni corrette circa le contromisure da adottare.

Il controllo dei rischi, insieme alla fase relativa alla loro valutazione, costituiscono le fasi più qualificanti dell’intero processo.

Il ruolo del risk management nella società, pertanto, è di aiutare gli individui e le imprese  a convivere con l’incertezza in modo produttivo e prudente.

Il mercato assicurativo, allora, deve attrezzarsi non solo alla gestione del rischio, ma per reggere alle innovazioni che stanno per essere introdotte nella legislazione comunitaria (in termini di redazione dei bilanci, di regolamentazione dei conglomerati finanziari, di intermediazione assicurativa, di solvibilità), identifica e realizza modelli di gestione integrata.

Antonio Coviello e Giovanni Di Trapani

Ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IRISS) di Napoli

a.coviello@iriss.cnr.it

 

[1] Così Felix Kloman nelle conclusioni su Risk Management Today,  in The Geneva Papers on Risk and Insurance n.64, luglio 1992

[2] A. Borghesi, Chindinica e risk management, in Sinergie n.35, settembre-dicembre 1994

[3] Cfr. Kerven-Rubise, L’archipel du danger, CPE Economica, Paris, 1991

[4] Borghesi A., Chindinica e risk management, in Sinergie n.35/1994, op.cit.

[5] Cfr. Borghesi A., Chindinica e risk management, op.cit.

[6] Giarini O., La nuova economia mondiale dei servizi, in Sinergie n.35, settembre-dicembre 1994

[7] Cfr. Giarini O., La nuova economia mondiale dei servizi, in Sinergie n.35, op.cit.

[8] Per ulteriori approfondimenti, si veda  O.Giarini, La nuova economia mondiale dei servizi, op. cit.

[9] Per approfondimenti si veda in particolare Baruch Herliner, Limite of insurability of risk, Prentice Hall, New York, 1992

[10] Così Giarini O., La nuova economia mondiale dei servizi, Sinergie n.35, op.cit.

[11] Per approfondimenti cfr. Porter M.E. (1985) op. cit,. e Coviello A.-Pellicano M. (1999), op. cit.

[12] Gilardoni A., Il crisis management, Sinergie n.35, op.cit.

[13] Per meglio approfondire gli studi in materia, si veda Casciaro T., Verso l’integrazione scientifica del crisis management, Working paper n.5, Space, Università Bocconi, Milano, 1993

[14] Per maggiori approfondimenti, si legga Gilardoni A., La protezione aziendale. Impostazione strategica e gestionale, Egea Milano, 1992 e, sempre dello stesso autore, il Il crisis management, Sinergie n.35

[15] Per una analisi più compiuta sul concetto di Crisis Management, Cfr. Gilardoni A., Il crisis management, Sinergie n.35

[16] Così Gilardoni A., Il crisis management, Sinergie n.35

[17] Cfr. Gilardoni A., Il crisis management, Sinergie n.35

[18] Per approfondimenti si veda Gerini O., intervento al convegno “The paragdigms of value. The risk shift from public to private: which role for insurance and financial groups?”, Montepaschi Vita Annual Forum, 26 settembre 2003

[19] Questi modelli debbono essere in grado di consentire una quantificazione personalizzata dei mezzi finanziari necessari a raggiungere il livello di sicurezza previsto dai piani di sviluppo e di garanzia nel lungo termine nei confronti sia degli assicurati sia degli azionisti. Inoltre nel trasferire i rischi dal pubblico al privato bisogna tener presente che l’industria assicurativa è l’unico settore in cui necessariamente ingenti sono gli investimenti in titoli a copertura degli impegni assunti nei confronti degli assicurati e dei danneggiati e che tali investimenti sono esposti alla volatilità e alla instabilità dei mercati finanziari ed immobiliari. Cfr. Pontremoli R., “The paragdigms of value. The risk shift from public to private: which role for insurance and financial groups?”, Montepaschi Vita Annual Forum, 26 settembre 2003

[20] Che saranno specificamente meglio trattati di seguito.

[21] Così M. Castelli, Risk Manager Europe della Pirelli spa e V.Presidente dell’Ifrima, in un brano tratto dal sito web dell’associazione UNI.

[22] L’evento è tutto ciò che è accaduto o potrà accadere ad esempio un incendio in uno stabilimento che produce alcool etilico.

[23] Il sinistro è il danno collegato all’evento, ed è individuabile in termini di perdite, rovina materiale o morale a cui va incontro colui che lo subisce.

[24] Il comportamento scorretto può riguardare anche solo una delle parti nei confronti dell’altra.

[25] Pellicano M.,  Il rischio d’impresa: dalla conoscenza alla risonanza, Intervento al seminario “Prevenire le crisi d’impresa: elementi e modelli segnaletici. Facoltà di Economia, Università degli studi di Salerno, 27 0ttobre 2003.

[26] Sono schierati, ad esempio, normalmente per la sicurezza passiva i vigili del fuoco, che, dovendo intervenire in qualunque località e in qualsiasi momento, sanno di poter incondizionatamente contare su tali opere.

[27] Cfr. Balbo G., Risk Management: contributo alla valutazione del ritorno economico degli investimenti per la prevenzione dei rischi di proprietà, op. cit.

[28] Cfr. Balbo G, op. cit.

[29] Il riferimento è, in particolar modo, a Giorgio Balbo, Risk Management: contributo alla valutazione del ritorno economico degli investimenti per la prevenzione dei rischi di proprietà, op. cit.

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