Iran Iran il leader - presidente Hassan Rouhani

Published on agosto 6th, 2018 | by Eurasia News

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IRAN: TORNANO LE SANZIONI USA

Con il ritorno in vigore – il 6 agosto – della prima tranche di sanzioni statunitensi verso l’Iran, Donald Usa contro Iran - nuove sanzioniTrump ha lanciato un inatteso invito rivolto al presidente iraniano Hassan Rouhani per “un incontro senza precondizioni”. L’apertura di Trump, avvenuta lo scorso lunedì durante la conferenza stampa congiunta con il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, sembra aver generato in Iran sorpresa e scetticismo ma anche aspettative e speranze. Il paese sta infatti assistendo da qualche mese a un peggioramento delle condizioni economiche e del potere di acquisto legato al crollo verticale della valuta, il rial, attribuibile in larga parte all’effetto sfiducia creato dall’imminente rientro in vigore delle sanzioni. Se la leadership iraniana si è mostrata compatta nell’escludere l’ipotesi di un incontro con Trump, una parte della popolazione sembra vedere questa possibilità come un male necessario per scongiurare la deriva economica causata dalla politica statunitense di “massima pressione”.

banca-centrale-iranNegli scorsi mesi l’Unione europea, impegnata nella difesa dell’accordo e del dialogo con l’Iran, ha cercato di dotarsi di strumenti per far sì che i rapporti economici e commerciali avviati con Teheran dalla firma dell’accordo possano continuare nonostante le sanzioni statunitensi. L’effettiva efficacia di queste misure rimane però ancora in dubbio e si potrà valutare solo nelle prossime settimane. Quali scenari si aprono dunque per l’Iran, per l’Italia e per l’Unione europea?

Lo scorso 8 maggio il presidente USA Donald Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA), raggiunto dai paesi P5+1 (USA, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania) nel luglio 2015 ed entrato in vigore nel gennaio 2016. Come conseguenza della decisione di Trump, rientrano in vigore – in due momenti separati, ad agosto e a novembre – le sanzioni secondarie statunitensi che erano state sospese con la firma dell’accordo.trump-petrolio-iran

In particolare, dal 6 agosto 2018 rientrano in vigore le seguenti sanzioni:

  1. a) Sull’acquisto di dollari da parte del governo iraniano;
  2. b) Sul commercio in oro o metalli preziosi;
  3. c) Sulla vendita diretta o indiretta, la fornitura e il trasferimento verso o dall’Iran di grafite, metalli grezzi o semilavorati quali alluminio, acciaio, carbone e software per l’integrazione dei processi industriali;
  4. d) Sulle transazioni significative riguardanti acquisto o vendita di rial iraniani, o il mantenimento di conti denominati in rial al di fuori del territorio iraniano;
  5. e) Sull’acquisto, la sottoscrizione o la facilitazione dell’emissione di debito sovrano iraniano;
  6. f) Sul settore dell’automotive iraniano

iranCome descritto in questa analisi, le sanzioni secondarie colpiscono i soggetti non statunitensi che intrattengono relazioni economiche e commerciali con un paese o un elenco di soggetti designati. Nei confronti di questi soggetti, gli USA possono decidere di limitare le relazioni economiche con il paese sanzionato o di proibirle tout court. Anche le misure punitive variano, dall’imposizione di multe all’esclusione dal mercato statunitense.

Con l’entrata in vigore del JCPOA il 16 gennaio 2016 (“Implementation Day”), gli USA avevano sospeso le sanzioni secondarie relative al programma nucleare iraniano, mentre erano rimaste in vigore quelle primarie e quelle secondarie non relative al nucleare. Per i soggetti statunitensi dunque non è mai cambiato (quasi) nulla: qualsiasi transazione con l’Iran rimaneva proibita, ad eccezione di alcune transazioni specificatamente autorizzate tramite IRAN-USA-_sanzionilicenze speciali. Per i soggetti non statunitensi, invece, la sospensione delle sanzioni secondarie ha significato la possibilità di riprendere le transazioni economiche e commerciali con l’Iran. Se per gli Stati Uniti dunque la reintroduzione delle sanzioni non sembra destinata a causare grossi mutamenti – al di là del venire meno delle licenze speciali che autorizzavano specifiche transazioni commerciali – per i paesi europei le conseguenze potrebbero essere notevoli. Al di là dell’aspetto economico, però, occorre sottolineare che la reintroduzione delle sanzioni rischia di avere soprattutto una conseguenza: quella di portare al naufragio dell’accordo stesso.

L’abbandono definitivo dell’accordo sul nucleare è parte di una strategia più ampia che l’amministrazione Trump sta mettendo in atto nei confronti dell’Iran. Questa strategia, definita dalla stessa amministrazione USA “della massima pressione”, sembra essere tesa a mettere in difficoltà l’attuale regime iraniano, in modo tale da provocare un cambiamento delle politiche o dello stesso regime. La nuova strategia delineata dal segretario di Stato Mike Pompeo lo scorso 21 maggio afferma esplicitamente che gli USA intendono stimolare il cambiamento nel paese attraverso il suo rinnovato isolamento economico. Ma al di là della strategia di pressione economica, sembra che gli Stati Uniti Iran contro usa per le sanzionistiano mettendo in atto anche una strategia che si sostanzia in ostentate dichiarazioni di empatia nei confronti del popolo iraniano. Come si afferma in questo commentary, a partire da dicembre 2017 l’amministrazione americana ha cominciato a mettere in atto diverse attività che secondo diversi analistirispondono allo scopo di fomentare focolai di malcontento in Iran. Nel tentativo di erodere la base di consenso del regime di Teheran, da Washington sono state a più riprese diffuse dichiarazioni dirette agli iraniani e volte a mettere in luce con enfasi le loro ragioni di frustrazione sociale ed economica. Questa “guerra di parole” è arrivata sino a concretizzarsi in appelli espliciti alla ribellione, trasmessi direttamente dai canali social del presidente USA o dalle emittenti radio-televisive statunitensi in lingua persiana. In questo tentativo di destabilizzazione del regime iraniano rientra anche il crescente accreditamento a Washington del gruppo dei Mojaheddin-e Khalq, un gruppo radicale dell’opposizione iraniana in esilio che, come ricostruito in questo commentary, difficilmente può essere considerato un’alternativa auspicabile all’attuale regime.

Il primo effetto della politica USA di “massima pressione” sembra essere quello di una ritrovata unità di intenti all’interno della classe politica iraniana, storicamente segnata da fazionalismi e rivalità intra-partitiche. Messa di Sanzioni usa all'Iranfronte alla minaccia di un “soft regime change” orchestrato dall’esterno – tramite l’aumento della pressione dal basso sul regime – la classe politica iraniana sembra ricompattarsi attorno alla figura del presidente, al fine ultimo di assicurare la sopravvivenza della Repubblica islamica. Tuttavia, Hassan Rouhani è un presidente sicuramente indebolito dalla prospettiva di un naufragio dell’accordo sul nucleare; è pertanto molto probabile che assisteremo nei prossimi mesi a uno spostamento dell’asse della politica iraniana verso le fazioni più conservatrici e vicine alla Guida Khamenei, le vere beneficiarie della politica di pressione di Trump. Se all’interno dell’Iran assistiamo a un ricompattamento teso a convogliare all’esterno un’immagine di solidità e unione, sul fronte esterno vengono mantenuti i canali di dialogo con l’Unione europea e con i partner già presenti nel periodo delle sanzioni (Cina, India, Russia in primis) e si continua ad agire all’interno delle istituzioni internazionali. Nel mese di luglio, per esempio, il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha avviato un procedimento contro gli Usa – per comportamento sanzionatorio illegale – presso la Corte Internazionale di Giustizia de L’Aia. La Corte terrà le audizioni delle parti i prossimi 27-30 agosto. Nel frattempo, come spiegato in questo commentary, a Teheran torna prepotente la retorica sull’“economia di resistenza”, un concetto introdotto dall’ayatollah Khamenei nel 2012 in risposta alle sanzioni imposte all’epoca. Secondo questo concetto, il Paese dovrebbe puntare sulle proprie capacità domestiche per resistere alla pressione esterna: produrre internamente anziché importare, introdurre sistemi di scambio in beni anziché in moneta, tornare a fare affidamento sulle triangolazioni commerciali attraverso Paesi terzi per ovviare all’isolamento finanziario.

Nuove sanzioni contro l'IranNella pratica, quello che sembra prefigurarsi è un ritorno al 2012, l’anno precedente l’avvio dei negoziati che avrebbero portato nel novembre 2013 alla firma dell’accordo ad interim sul nucleare e nel luglio 2015 a quella definitiva del JCPOA.

Il rientro in vigore delle sanzioni secondarie USA verso l’Iran rischia di avere conseguenze negative per il nostro paese. Al di là del rischio del naufragio dell’accordo sul nucleare e dell’aprirsi di un nuovo fronte di instabilità regionale – con conseguenze negative per tutti i paesi della regione ma anche per i paesi dell’Unione europea che in questi anni hanno sofferto gli effetti del caos mediorientale – i rischi per il nostro paese sono anche di natura economica. Come evidenziato in questa analisi, nel 2017 l’Italia si è affermata come primo partner commerciale dell’Iran tra i paesi dell’Unione europea, seguita da Francia e Germania. In quell’anno, l’interscambio tra Italia e Iran è cresciuto del Il presidente dell'Iran Hassan Rouhani - nuove sanzioni dagli USA97% rispetto al 2016 arrivando a quota 5 miliardi di euro, mentre Francia e Germania seguivano rispettivamente a 3,8 e 3,3 miliardi. La capacità di risposta del nostro paese è legata all’azione in sede europea. La risposta dell’Unione europea alla decisione di Trump, del resto, è stata fin da subito molto forte, perlomeno nelle dichiarazioni. All’atto concreto, però, Bruxelles si scontra con la limitatezza delle opzioni a disposizione per mettere al riparo le proprie imprese da sanzioni che hanno portata globale, considerata la persistente egemonia degli Usa sul sistema degli scambi e finanziario.

RED

(fonte: ISPI)



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